|
Padre Mantovani
(1901-1967)
“L’ho incontrato a
Madras” scrisse dall’ India il giornalista Guido Gerosa. “Ogni mattina
percorre le vie della città con una vecchia carretta da appestati, che
serve a raccogliere i morti e a dar loro sepoltura, e
aiutare i vivi che spesso trova sotto cumuli di cadaveri agonizzanti.
Dal ciglio della strada i lebbrosi si rivolgono a lui fiduciosi con
occhi imploranti e, per non contagiarlo con le mani corrose, lo toccano
con una cannuccia che striscia di scuro la veste bianca.
Si chiama Padre Orfeo Mantovani.
È un
missionario salesiano.
“Venga con me” mi ha
detto con quell’entusiasmo e quella dolce, infantile follia che è
dei puri di cuore: ”Venga , e vedrà che bellezza “.
L’ho guardato allibito
, e lui ha continuato:”Andremo a raccogliere i miei poveri morti, a
salvare i moribondi sui cigli delle strade. Vivremo con i
poveri, con loro condivideremo la stessa fame. Vedrà che bellezza
staremo con i lebbrosi e li aiuteremo a vivere”. La mia mente era troppo
piccola per capire , ma mi feriva l’animo che quell’uomo credeva
esattamente a ogni parola che diceva: e diceva “che bello andare a
curare i moribondi” come si direbbe “che bello andare al cinema.”
Quando lo ricoverarono
all’ospedale per una grave forma di diabete, un altro giornalista gli
domandò: “Che cosa si attende ancora dalla vita?” Lui , che non aveva
ancora compiuto 55 anni, rispose:
“Di vita non ne ho
più tanta. Ma se il Signore mi desse ancora un po’ di esistenza, gli
chiederei: dammi tanti affamati da sostenere, dammi tanta forza per
amare i poveri, per dedicare il resto della mia vita solo
a loro.”
“E pensare
che sette franchi al mese basterebbero per curare e guarire un lebbroso
!"
Questo diventerà il motto degli amici ticinesi di Padre Mantovani.
«
Come ho fame io questa sera » dalla
COLLANA CAMPIONI di T.Bosco Edizioni ELLEDICI
Orfeo conobbe la fame fin da
ragazzo. Fu il primo di tredici figli che il
Signore regalò a una
laboriosa famiglia veneta, che abitava a Menà di Castagnaro, un paesino
in provincia di Verona. Era nato nel 1911. Quattro anni dopo
venne la prima guerra mondiale, con gli sfollamenti, le privazioni, la
ricerca quotidiana di lavoro e di cibo.
Anche a guerra finita, il numero delle bocche da sfamare non permise mai
a papà e mamma Mantovani di allevare i figli nell'abbondanza «Oggi per
le strade di Menà passano molti trattori, c'è aria di benessere - dice
Bruno Mantovani, uno dei fratelli. — Ma quando Orfeo ed io eravamo
bambini (lui aveva 4 anni più di me) c'era miseria e c'era fame. L'India
ce l'avevamo qui. Certe mattine la mamma ci teneva a letto fino a
mezzogiorno perché non aveva da darci niente per colazione. Fin da
quando aveva sei anni, Orfeo diceva a tutti che sarebbe diventato prete
e missionario. Ma in famiglia c'era bisogno di tutte le braccia per
raggranellare qualche soldo, e mio padre non voleva saperne di lasciarlo
andare. Orfeo accettò di ritardare la partenza, ma non cambiò mai idea.
Era sensibile, capiva l'umiliazione di papà e mamma nel non poterci mantenere come
avevamo bisogno, e a volte piangeva ».
Una sera, finita la distribuzione della polenta ai fratelli e alle
sorelle si accorse che i genitori erano rimasti senza.
-Perché tu e papà avete il piatto vuoto? - domandò alla mamma. E lei:
-Non abbiamo fame, questa sera.
-Allora nemmeno io ho fame,- e scappò fuori a piangere, sull'aia
oscura. La mamma lo raggiunse, poi anche il papà. Fu allora che Orfeo
disse deciso:
-Se diventerò prete, lavorerò soltanto peri
poveri, per chi ha fame, come ho fame io questa sera.
|