A zonzo per l'Italia centrale

Domenica 9 maggio (813 km)

Troppi chilometri, per un resoconto contemplativo; molti di questi fra piovaschi e nebbie. Troppe ore in sella che ora cerco di ripercorrere all’indietro, come la moviola delle partite in tivù. Fermo qualche rapida immagine sullo sfondo di una strada che va.
Tra Camorino e Parma il viaggio è senza storia. La Padana percorsa lungo l’autostrada non è altro che un rumore continuo dentro il casco sotto un cielo che fatica a illuminarsi di sole.
Attacco la statale della Cisa in un paesaggio smorto, allietato solo da fiori gialli a lato della strada. Verso gli Appennini si addensano nubi minacciose. Raggiungo il valico sotto l’acqua e di là è peggio. Un nebbione fitto che sembra di camminare nel latte, costringe al passo d’uomo. Mi limito a seguire il fanalino posteriore di una moto che mi precede lenta, ma poi quella mi lascia il passo e divento cieco. A Pontremoli trovo un po’ di tregua e mi fermo un momento a guardar scorrere il Serchio, il primo dei fiumi di Giuseppe Ungaretti. “Questo è il Serchio / al quale hanno attinto / duemil’anni forse / di gente mia campagnola / e mio padre e mia madre”. A Barga piove ancora.
Raggiungo un bel pezzetto di Lissta a
lla scuola di Fasola, al Ciocco, presso Castelvecchio Pascoli: AndRe, Dijetto, il mio amico batelott e un quarto che non conosco. Tutti a pezzi, chi più chi meno. Fabio ripete, incessante:

- Acido lattico -.

Riparto con lui, sotto la pioggia che dopo una mezz’ora cessa di importunarci. Puntiamo su Firenze, Perugina, Foligno, Colfiorito.
Il lago Transimeno è un’enorme gemma incastonata in un paesaggio incredibilmente dolce. Assisi e Spello sono due gioielli color ocra, con barbagli rosati sotto i raggi del tramonto. Poi il buio. La strada si riduce al fanalino di coda di Fabio, fino a casa sua. Il buio mi lascia del tutto disorientato e i chilometri percorsi, un po’ frastornato.
 

Lunedì 10 maggio (298 km)

Fabio vive in una bellissima casa: un’oasi in un mare verde di querce, prati, uliveti punteggiati dal rosso dei papaveri. Dormo bene. Da tempo non potevo ascoltare così tanto silenzio. Il verso di un torcicollo che segna il territorio mi sveglia alle sette e mezza. Una colazione leggera, saluti, abbracci e ringraziamenti a Fabio e Samanta e sono di nuovo sulla strada. È una mattinata fresca ed emozionante che affronto in un saliscendi di colli. Passo Montelupone, malgrado i cartelli lungo la strada lo indichino come uno dei borghi più belli d’Italia, e raggiungo Recanati. Di fronte a quella che fu la casa di Giacomo Leopardi c’è un negozietto specializzato in oggetti ricordo Leopardiani. Si chiama, in modo quasi scontato, “Giacomo Giacomo”.
Strade, alberghi, e trattorie sono intitolati al poeta e alle sue opere. Lapidi in marmo bianco riportanti i versi di questo o quel componimento occhieggiano da tutte le pareti, in chiassosa parata, al limite del kitsch. Il villaggio è comunque piacevole e lo sarebbe senza dubbio ancor di più senza la multicolore, chiassosa e apparentemente turba di scolaresche e di turisti.
Dopo le tre cartoline da Recanati, scritte tra gridi di rondoni, torno alla campagna passando sotto “la torre antica”. Del passero solitario nessuna traccia. Seguo le indicazioni per Osimo e Jesi e salgo a Monsano. Il centro è chiuso per il mercato, ma il paese è piccolo. Davanti alla chiesa c’è un piccolo bar – tabaccheria. Chiedo di Claudia, la figlia di Adriano Cesaroni. La signora dietro il bancone sorride. – Adriano è mio fratello -, dice.
Non sapevo che Adriano avesse una sorella. Scambio due chiacchiere con lei, bevo un tè freddo, scrivo due appunti. Dovrei trovare Claudia a casa della futura suocera, “girato l’angolo e poi a sinistra”. Nei pressi di quella che dovrebbe essere la casa chiedo a un ragazzo. Infatti è lì vicino, ma non c’è nessuno. Scambio due chiacchiere con il ragazzo, motociclista anche lui. In fondo alla strada appaiono una ragazza e una signora. Le avevo già viste prima, in piazza, ma non avevo riconosciuto Claudia e tanto meno la nonna del suo fidanzato: Sandro.
Saluti, strette di mano, l’invito a fermarmi a pranzo che a malincuore declino perché mi sembrerebbe di imporre la mia presenza e perché ho una certa premura di rimettermi in viaggio.
Si fanno due foto – ricordo da spedire ad Adriano e intanto arriva anche Sandro. Mi lascio affascinare dal suo sorriso e dalla stretta di mano decisa. So che ha un Ducati Scrambler restaurato e gli chiedo di vederlo. Tutti e tre saliamo sul furgone VW in perfetto stile operaio di Sandro e raggiungiamo un box a qualche centinaio di metri. Dopo aver spostato cartoni e scatole, eccolo lì lo scrambler. È un bellissimo 450 giallo e nero. Il tempo per qualche alta foto, per un saluto alla mamma di Adriano che nel frattempo ci ha raggiunti, per un arrivederci e via. Mi fa sorridere Claudia che dice a sua nonna:
- Nonna, guarda! Quando tuo figlio va in moto è vestito così. – e mi indica.
Ripercorro un pezzo della strada fatta poco prima, poi viro verso Macerata e mi perdo. Da qualche parte, un signore rubizzo e gentile mi reindirizza. Trovo finalmente l’indicazione per Urbisaglia, poi san Genesio e Fiastra.
La strada è il paradiso del mototurista, deserta e immersa in un paesaggio splendido. Un grosso lepre scarta a pochi metri da me facendomi sobbalzare.. Le rive del lago di Fiastra sono verdissime. Ora i monti Sibillini si sono avvicinati; in alto resiste una recente nevicata. Un grosso gregge di pecore, spinto da un sibilante pastore e da tre o quattro generazioni di candidi cani di sangue maremmano, ostruisce la strada. Accosto, spengo il motore e mi godo il disordinato passaggio lanuto. Un cagnone mi si avvicina. Baratto un paio di carezze con una generosa leccata ai guanti. Poi proseguo. Passo Gualdo. Fa freddo. La neve è lì, a due passi e c’è un filo di vento. Uno stormo di cornacchie nere rende più lugubre il paesaggio, reso livido da grosse nubi indecise se inzupparmi o meno. Sono generosamente risparmiato. Là davanti c’è Castelluccio, inerpicato su un colle, isolato, lontano da ogni altra civiltà, una vertigine sospesa sull’incanto della Piana Grande. La strada precipita e in poco mi porta sulla piana e sul lunghissimo rettilineo che, con un taglio netto, la divide.
Passo Norcia, il cui nome è onorato dalle molte norcinerie situate lungo la strada, poi Cascia. Infilo la Val Nerina e punto su Spoleto, dove intendo passare la notte. In fondo alla cittadina, verso un piccolo campo di calcio, trovo indicato un albergo con servizio di ristorante: “La Macchia”. Lo trovo in cima a una lieve pendenza sterrata. È isolato e tranquillo. Ci sono pochissimi clienti. Fa per me. Il ristorante annesso, l’osteria del trenino, è un piccolo museo dedicato alla vecchia ferrovia Spoleto – Norcia. Dalla colazione di stamani a ora c’è stato solo il tè freddo di Monsano. L’appetito è notevole e la carta di piatti umbri è tanto invitante…

Martedì 11 maggio (329 km)

Alle sette e mezzo di mattina, Spoleto è come tutte le città che si svegliano. Entrarvi la mattina presto è un po’ come entrare in casa di qualcuno e trovarlo in pigiama. C’è quell’aria ancora un po’ cisposa e assonnata, quel ciabattare inconcludente, quell’indefinito senso di attesa. Giro per una mezz’ora nel centro città, per lastricati quasi deserti. Mentre lascio Spoleto, l’incanto finisce. Lunghe code di macchine in entrata incrociano il mio percorso nella quotidiana baraonda.
Vedo sulla carta un paese che si chiama “Bastardo” e decido di andare a vedere. Se gli abitanti di Poppino possono aver qualche perplessità sul nome del loro luogo di residenza, immagino quello che possono provare quelli di Bastardo. Qualche chilometro verso nord ovest, tanto per vedere che Bastardo c’è davvero e poi torno a sud ovest verso Todi, prima, e Orvieto poi. Seguo per un tratto un fiumiciattolo insignificante e dall’aria melmosa. In pochi chilometri andrà gonfiandosi fino a diventare il fiume dell’Urbe. Non mi fermo ad ammirare gli angoli migliori di questo parco fluviale, le sponde di questo fiume che diventano lago, cascata e poi ancora fiume.
Raggiungo Bolsena, scendendo nel cratere di quello che fu un antico vulcano. Le pareti di tufo, a fianco della strada sono state scavate per ricavarne rimesse e magazzini. Più avanti saranno stalle, legnaie, pollai. Scendo a Montefiascone e sotto le mura della cattedrale mi viene in mente il titolo di un libro del grande medievalista Jaques LeGoff: “Grandi cattedrali, grandi peccatori”. Passo Marta e continuo a costeggiare il lago lungo la sponda occidentale, poi sbaglio qualcosa e devio verso sinistra, prima di quando avevo intenzione di fare. Ancora una volta sono fuori strada. Male che vada tengo una direzione verso ovest e arrivo da qualche parte sull’Aurelia. Non mi preoccupo. Mi lascio ubriacare dai colori: il giallo di quella che sembra colza, il rosso dei papaveri, la malva, il blu della borragine, il viola vinaceo dell’erba medica, il rosa del gladiolo il lirico, i sambuchi, gli ornelli, le robinie in una sarabanda di colori e di profumi. E la terra! Qui color ruggine, là simile ad ardesia, poi bruna, ocra, bianca, in un’orgia di minerali e ossidi prodotti dalla titanica e remota eruzione.
Verso Manciano, la strada è quanto un viaggiatore può sognare: prati verdissimi punteggiati da greggi di pecore, lecceti bui, casolari isolati fra i cipressi riempiono gli occhi e l’anima. Una coppia di coloratissimi gruccioni spicca il volo sorpresi dal mio arrivo e sorprendendomi. Appaiono i primi indicatori per Ansedonia e Orbetello.
Raggiungo l’Argentario attraverso il tombolo di Orbetello e salgo subito a Punta telegrafo. La foschia mi priva di uno sguardo altrimenti imprendibile. Godo comunque della fioritura dei cisti (il bianco cisto femmina e il vistoso cisto rosso), dell’impercettibile cambiamento nella vegetazione tra il livello del mare e i 600 m della cima, della vista su orti e vigneti sotto di me.
Completo il giro dell’isola passando da Porto S. Stefano e torno da dove sono venuto.
Non è tardi, ma ho fretta di arrivare a Capalbio. Percorro verso sud un tratto di Aurelia, poi all’uscita segnalata mi dirigo verso questo piccolo borgo che scorgo arroccato su una collina. Trovo l’albergo “Valle del buttero”. Un po’ discosto dal paese, accogliente, quasi lussuoso. Lascio lì i miei bagagli e parto per il Giardino dei tarocchi. La visita del giardino meriterebbe un capitolo a parte, sia per esprimere le emozioni che ho provato in questo luogo surreale e fantastico, sia per descrivere quell’incredibile opera d’arte moderna che il giardino è.
Torno all’albergo e dopo una doccia vado a vedere il centro di Capalbio. La stagione turistica non è ancora iniziata. Il villaggio sembra morto. Scambio due parole con un’anziana signora che sta potando l’edera del suo giardino, passeggio un momento lungo la murata medievale che concede uno sguardo panoramico dall’Argentario all’obbrobriosa centrale di Montalto di Castro e anche più in là. Ceno al ristorante “Da Tullio” (raccomando le paste e la splendida zuppa alla Tullio) poi rientro in albergo dove scambio quattro chiacchiere con la portiera e suo marito, recente transalpista. La discussione verte sulla moto, sui luoghi comuni in arte e nella vita, sulla capacità di andare oltre le apparenze. La conversazione, interessante e piacevole viene interrotta dalla mia stanchezza.

Mercoledì 12 maggio (281 km)

Dormo un po’più del solito e lascio Capalbio verso le otto ripercorrendo per qualche chilometro la strada per Pescia fiorentina, già fatta ieri per andare al Giardino dei tarocchi. È una strada troppo bella, con quel chilometro fra due muretti che chiudono gli uliveti e la galleria di verzura subito dopo. Il cielo è coperto. Un’upupa si leva dal muretto di tufo, spaventata dalla moto.
Devio verso Manciano e poi verso Ponte s. Pietro e Canino, godendomi anche qualche chilometro di comodo sterrato nei pressi del fiume Fiora. Purtroppo la bella strada bianca si rivela più breve di quanto indicato sulla mia vecchia carta. Un lungo tratto di bitume fresco e nero mi fa presumere che anche questi ultimi chilometri di terra saranno presto asfaltati entrando di buon diritto fra i beni della nostra civiltà. La Maremma è alle mie spalle. Maremma amara e dolce, Maremma faticosa e arsa che ora mi appare vestita a festa, verdissima per le recenti piogge. Capisco appieno i versi del Carducci: “Ma di lontano / pace dicono al cuor le tue colline / con le nebbie sfumanti e il verde piano / ridente ne le piogge mattutine. “
Qui e là vedo ancora i gruccioni, due o tre per volta. Raggiungo Tuscania e lì mi raggiunge la telefonata di Dijetto che annuncia il ritrovamento di Anacleto. Ah, luminosa giornata! La città, bellissima, fu in buona parte distrutta da un terremoto nel 1971. C’era il Carnevale, la gente era per le strade e così i morti furono solo dodici. Tuttavia i danni furono molti e gravi. Tuscania fu ricostruita pezzo su pezzo, diventando così un notevole esempio di architettura conservativa. Ci vorrebbe una giornata per visitarla tutta per bene. Mi accontento della splendida basilica di San Pietro e della poco discosta chiesa di Santa Maria maggiore. Entrambi gli edifici furono risparmiati dal terremoto: il rosone di S. Pietro si staccò rovinando a terra, ma per caso non si ruppe e poté essere risistemato al suo posto; i campanili di entrambi gli edifici ressero all’urto, ma molti degli affreschi che decoravano le pareti si staccarono e finirono in briciole che non furono più assemblate. Una signora, custode volontaria di S. Maria Maggiore, tra lo sconsolato e il furente, mi spiega che né il comune né l’assessorato ai beni culturali hanno interesse a ricuperare e valorizzare questi tesori.
Tuscania è stata razziata. Ai lati del portone di S. Maria maggiore vi sono le statue di S. Pietro e S. Paolo. Le loro teste appaiono più bianche del resto. Sono copie. Gli originali sono stati staccati e portati via di ladri; san Paolo, mi sembra, nel 1967. San Pietro in epoca più recente. Il secondo è stato ritrovato a Tarquinia, dove era stato venduto per 200 000 lire.
Anche nella piazza dove si trova il teatro si sono consumati parecchi furti. Sul muretto che circonda la piazza sono appoggiati i coperchi di molti sarcofaghi etruschi. Su ognuno, la figura distesa del defunto risulta decapitata. Solo quelli posti su un muro più alto, quindi difficilmente raggiungibili, sono integri.
Continuo il mio viaggio passando per Sutri, dove mi fermo a visitare l’anfiteatro e poi punto su Roma. Ai lati della strada alcune prostitute salutano ridendo. Rispondo con un cenno della mano e proseguo. Chissà quali storie hanno alle spalle? Un paio mi sembravano giovanissime, poveracce!
Imbocco il grande raccordo anulare ed esco sulla Tuscolana in un traffico da incubo. Mi dirigo verso Grottaferrata, poi Marino e infine Nemi, dove mi incontrerò con Fulvio Bottoni e dove mi concedo una birra, un panino e un momento di sosta tranquilla in questo piccolo villaggio aggrappato a uno sperone roccioso, sospeso sull’omonimo lago vulcanico. Un’oasi tranquilla alle porte di Roma. Alle cinque e mezza arriva Fulvio. Sia va a Castelgandolfo, poi percorriamo un po’ di strade che solo lui conosce. L’Appia antica, il caos di Roma, i sampietrini e la segnaletica orizzontale resi scivolosi e infidi dalla pioggia, le mura di Adriano, il Colosseo, il traffico nevrotico e congestionato, la pioggia che si è fatta battente. Tutto quanto mi avvolge e mi sconcerta. Arriviamo a casa, raggiunti quasi subito da Cristina e,poco più tardi da Fabio “Tranzarpe” che cenerà con noi. Avevo già sentito dire dell’amatriciana di Cristina, ma tra il sentito dire e l’esperienza personale ci sta il godimento di mille papille. Si mangia, si beve, si chiacchiera e si fa l’una. Cosa voglio di più?

Giovedì 13 maggio (513 km)

Sveglia e caffè. Verso le otto e mezza si parte. Fulvio mi accompagna all’uscita di Roma. Guida piano per non perdermi e glie ne sono grato. Oggi ho in programma una lunga tratta di trasferimento per cui non saranno privilegiati i luoghi attraversati, ma l’attraversamento in sé. Il paesaggio è piatto. L’unico elemento notevole è il mare che a tratti mi appare sulla sinistra e di cui di tanto in tanto mi giunge l’odore. È un odore non proprio gradevole: un misto di alga, conchiglia, salsedine e piuma di gabbiano, ma è un odore evocativo e in quanto tale non mi irrita, anzi.
Nei pressi di Civitavecchia, una gragnola di insetti mi tempesta il casco. Uno rimane stordito sulla borsa da serbatoio. Ho attraversato uno sciame d’api! Ora posso dare a me stesso prima che a chiunque un’altra valida ragione per viaggiare tenendo il casco chiuso…
Passo Grosseto e penso alle vacanze di tanti anni fa, qui nei dintorni. Allora avevamo visitato Populonia e la sua necropoli, Suvereto, Volterra. Oggi sono solo un passante quasi distratto.
A volte rimango sulla SS1, l’Aurelia, a volte percorro tratti di provinciale. Il ritmo della guida risulta così essere più variato e meno faticoso, anche se l’andatura è più lenta. Salgo fino a Castagneto Carducci, un piacevole villaggio di collina circondato da vige e uliveti, mi fermo un momento ad ammirare, e poi percorro, il viale di cipressi di Bólgheri (I cipressi che a Bólgheri alti e schietti / Van da San Guido in duplice filar, / Quasi in corsa giganti giovinetti / Mi balzarono incontro e mi guardâr.)
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Attraverso La Spezia e costeggio il Golfo. Vorrei raggiungere Porto Venere, ma il traffico è bloccato per un incidente. Decido lì per lì di regalarmi ancora la strada delle Cinque Terre e di raggiungere Lévanto. Non c’è una bella luce, ma il Golfo vale comunque una fotografia. Pioviggina. Mi fermo a lato della strada, scatto una foto, cerco di scattarne una seconda e la digitale va in tilt. Un grosso respiro e una preoccupazione: ho fatto più di cento foto fino ad ora; se fossero tutte andate a ramengo? Qui e ora non potrei farci nulla, tanto vale continuare a godere il paesaggio.
I cinque villaggi che danno il nome a queste terre si trovano sotto la litoranea. Li ho visitati anni fa e, vista l’ora, rinuncio a visitarli ancora. La strada è spettacolare. È poco trafficata, ma stretta e la guida deve comunque essere vigile. Ciò non mi impedisce di lasciar scorrere lo sguardo al mare, alle insenature, alle case isolate, alle chiesuole che adornano questo lembo di terra. Raggiungo Lévanto e trovo un albergo per la notte. Non è granché, malgrado le tre stelle. È il meno bello dei tre alberghi a cui ho fatto capo. Domani mi accorgerò che, in compenso, è anche il più caro.

Venerdì 14 maggio (432 km)

Parto presto da Lévanto. Oggi ho un appuntamento a Genova con il Lupo. Gli ho promesso una birra. Non ho voglia di percorrere subito strade affollate o, peggio, l’autostrada. Decido così di rimettere il naso in Emilia attraverso il Passo di Cento Croci e di tornare su Genova per il Passo del (o di) Bocco. La mattinata è fresca, la strada è piacevole, il paesaggio passa di colpo dal mare alla montagna. Tengo la direzione di Carrodano e poi di Varese Ligure che raggiungo presto. Mi fermo a una fontanella in piazza per togliere i miseri resti dei moscerini spiaccicatisi ieri sulla visiera e che ho dimenticato di ripulire stamattina. Varese Ligure è un paesetto di buone dimensioni, piacevole e tranquillo. Sulla piazza si affaccia un castello recentemente restaurato grazie al lascito di una coppia di benefattori. Con un breve tratto panoramico e ricco di curve, guadagno ancora settecento metri di dislivello e raggiungo il Passo di Cento Croci. Scendo sul versante emiliano per un breve tratto, devio verso Tornolo per poi risalire il corso del Taro. La valle è stretta. Nelle pozze turchine del Taro immagino trote che sognano mosche, lombrichi, bruchi pasciuti. Sulle rive, pescatori che sognano le trote. Scendo a Borgonovo ligure lungo tornanti che sembrano non finire, poi devio in direzione di Cicogna e infine scendo su Genova, mancando la panoramica su cui s’è incassato Simone lo scorso anno e arrivando a ridosso dello stadio comunale. Mi dirigo verso l’acquario seguendo un flusso di traffico caotico e pauroso per la quantità di scooter che mi superano a sinistra e a destra. È mezzogiorno. Vorrei telefonare al Lupo. Adocchio un posto dove fermarmi, lì a sinistra. Un’occhio allo specchietto, un rapido sguardo a lato e mi sposto di un poco. Sento un grido. Alla mia sinistra è apparso uno scooter che mi stava superando. Prima non c’era, ora è lì e io gli sto tagliando la strada. Con il suo retrovisore urta la mia carena. Io resto in piedi, fermo. Il signore a bordo dello scooter, un uomo di mezza età, forse un impiegato, casca pesantemente al mio fianco. Oh, miseria! Accosto, il signore si lamenta, deve aver preso una botta alle costole. Chiama sua moglie al telefono, io chiamo il Lupo. Assieme decidiamo di chiamare anche i vigili. Mi assumo la colpa dell’incidente. Insomma, sono io che ho tagliato la strada all’altro. Intanto questo si è fatto accompagnare al pronto soccorso per accertare i suoi danni. Io me la cavo con poco: un colpo al dorso della mano sinistra (che ora è di un bel color blu – violaceo) e due colpetti meno violenti al polpaccio e all’avambraccio sinistri. La moto è quella che sta peggio. Con l’aiuto di Lupo la rappezzo alla meno peggio con abbondanti dosi di nastro isolante, poi lascio le chiavi al vigile in attesa che il pronto soccorso invii il referto sullo stato di salute del signore coinvolto. Sono un po’ scosso, ma quello che è successo è successo. Col Lupo andiamo a berci una birra. Parlare mi calma. Il tempo passa in fretta. Accompagno Marco a prendere l’autobus che lo riporterà al lavoro e gironzolo un poco nel centro storico. Percorro a lungo Via del Campo canticchiando mentalmente la canzone di De André, visito il negozio – museo dedicato a Faber, osservo la moltitudine di turisti che si mescolano ai personaggi più diversi in un frullato di anime, di pensieri e di storie di tutti i generi, immagino. Bevo un’aranciata. Passo in rassegna le vetrine con il materiale nautico e in particolare do un’occhiata alla quantità di GPS in commercio, agli eco - scandagli, alle mille diavolerie di uso nautico che potrebbero trovare posto anche sulla moto, se servissero a qualcosa...
Alle quattro e mezza arriva il via libera. Posso ritirare le chiavi della moto e ripartire. Ormai ho rinunciato all’idea di fare un giretto tra le colline del Monferrato o tra le garzaie del Vercellese. Punto diritto verso casa, lungo la bella autostrada Genova – Alessandria – Gravellona Toce. Esco a Varese, passo la frontiera al Giaggiolo e tre ore dopo sono a casa.

Epilogo

Aspetti positivi:

-   gli splendidi paesaggi delle Marche, dell’Umbria, della Toscana e dell’alto Lazio.

-    Il profumo dei pittospori

-    I piatti umbri a base di cinghiale

-    La flora e la fauna della Maremma

-    Il senso di libertà

-    La LISSTA

 

Aspetti negativi:

-      la pioggia (cinque giorni su sei mi sono bagnato)

-      i sampietrini bagnati

-      il traffico di Roma

-      il traffico (a due ruote) di Genova

-      il prezzo della benzina

Grazie a tutti coloro che mi hanno ospitato; a Dijetto e a Samanta, a Fulvio Bottoni e Cristina (l’amatriciana merita un ritorno!), a Fabio “tranzarpe” per la chiacchierata, a Marco “Lupo” per il sostegno, ai viglili di Genova (e in particolare all’agente Adani) per la cortesia e la comprensione.

Un grazie enorme a Doris che continua a darmi fiducia e sostegno.

Sono stato dal meccanico. Mercoledì avrò le carene nuove e per il prossimo WE potrò di nuovo essere “on the road”.

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http://www.paginesi.it/

 

 


Statale della Cisa


Alla Fasola School: AndRe, Lisstarolo sconosciuto, il Batelott,
PR Metzeler, Di Jetto, io


Dalla casa Di Fabio "Di Jetto"


Casa Lopardi a Recanati


Sandro e Claudia con lo Scrambelr


Verso i Monti Sibillini


Attraverso il parco dei Monti Sibillini


Verso Castelluccio


Castelluccio dalla Piana Grande


In Umbria, come in un quadro impressionista


Vista da Punta Telegrafo, all'Argentario


Sulle coste dell'Argentario


Dentro l'Imperatrice. Giardino dei Tarocchi


Colori del Giardino


Allegria macabra


Sterrati toscani


Tarquinia


L'Appia antica


Il Gatto e il colosseo


Incontro allo spartitraffico

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