CONSERVAZIONE

 

Il manufatto che sarebbe stato scorto così spesso sul Monte Ararat potrebbe essersi conservato per molti secoli se coperto dal ghiaccio.

Il legno, un materiale generalmente deperibile in breve tempo, si conserva infatti se si trova sotto:

 

il ghiaccio

il fango

i detriti

la terra o la sabbia

 

Berlitz, La nave perduta di Noè, pag.132

 

Occorre d'altronde ricordare che il disegno divino indicava senza mezzi termini che l'Arca doveva, una volta terminata, essere ricoperta di pece o catrame, sia dentro che fuori. Questa sostanza bituminosa era facilmente reperibile nella regione anche al tempo dei romani e veniva usata per ricoprire esternamente le navi che solcavano i mari di quel tempo.

 

Ora, supponendo che l'unico scopo per cui l'Arca fu ricoperta dentro e fuori di catrame (si calcola che per il rivestimento interno ed esterno dell'Arca siano stati usati 200 tonnellate di catrame, cifra per difetto) siano stati quelli di garantire al vascello di galleggiare e di essere a tenuta stagna, dobbiamo concludere che l'aggiunta della pece abbia avuto una notevole importanza nella preservazione del natante.

 

Le analisi effettuate sui pezzetti di legno riportati da alcuni ricercatori dall'Ararat hanno mostrato agli studiosi un'interessante sorpresa: la sostanza bituminosa non era presente solo sulla superficie del legno ma si trovava dappertutto. L'immagine di non deperibile era stata scientificamente accertata.

 

Non sappiamo come Noè e la sua famiglia eseguirono questo procedimento e nemmeno quali materiali usarono per ottenere la resa migliore. Ma sappiamo che l'impermeabilità del legno contro qualsiasi fattore di deperimento era ottimale. Inoltre l'Arca si è preservata grazie alla sua ubicazione: il ghiaccio dell'Ararat.

 

Questa doppia garanzia di conservazione è di per sé sufficiente per credere che l'intero manufatto si sia preservato intatto per millenni.

Il più antico edificio di legno

Com’è possibile che il tempio di Horyuji, fatto di legno, sia durato così a lungo? Fondamentalmente, il merito è dell’ottima conoscenza del legno che avevano i costruttori originali. Essi sapevano quale legno scegliere e quali parti usare per ogni scopo. In questo caso la loro scelta cadde sull’hinoki, o cipresso giapponese, di cui usarono esemplari che avevano almeno mille anni.

Il maestro falegname Tsunekazu Nishioka, morto di recente, dedicò gran parte della vita ai lavori di restauro di questo tempio. Egli sosteneva che il merito della longevità del tempio è anche dei chiodi, prodotti con le stesse tecniche di martellatura e forgiatura usate per le spade dei samurai. Nei lavori di restauro sono stati utilizzati i chiodi originali perché, secondo Nishioka, "i chiodi moderni non durano nemmeno 20 anni".

Alcuni possono mettere in dubbio che il tempio abbia davvero 1.300 anni, dal momento che il 35 per cento d’esso è stato ricostruito in questo secolo. Tuttavia molti pilastri portanti, molte travi principali e molte grondaie sono del legno originale. Nishioka ha detto: "Credo che il tempio durerà altri 1.000 anni".

Non è strano che gli antichi giapponesi, circondati com’erano da alberi che fornivano legno così pregiato, abbiano sviluppato una predilezione per questo materiale nelle loro costruzioni. E le case giapponesi odierne dimostrano che questa predilezione si è tramandata. (Sv. 22.10.95)

 

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