DATAZIONE - parte 2

Argomento 12
Problematiche connesse ai metodi di datazione assoluti

Parte A
Errori del radiocarbonio

Parte B
Conteggio diretto del carbonio 14

Parte C
Incertezze nella racemizzazione

Parte D
Sicurezza nel piombo?

Parte E
Chi ha azzerato l'orologio?

Argomento 13
Tutte sbagliate?
Argomento 14
Non azzerato l'orologio all'uomo di Olduvai!

Argomento 15
Imbarazzante errore di datazione

Argomento 16
Anno più anno meno....
Argomento 17
La tracotanza della scienza
Argomento 18
Gli effetti del Diluvio
Argomento 19
Come e quando conviene loro
Argomento 20
Indatabili prima del Diluvio

 

PROBLEMATICHE CONNESSE AI METODI DI DATAZIONE ASSOLUTI

 

Il legno della barca funeraria rinvenuta nella tomba del faraone Sesostri III è stato datato al 1670 a.E.V.

 

Il durame di una sequoia gigantesca della California, che quando fu abbattuta nel 1874 aveva 2.905 cerchi annuali, è stato datato al 760 a.E.V.

 

Le fasce di lino in cui erano avvolti i rotoli del Mar Morto, i quali dallo stile della scrittura sono stati datati al primo o al secondo secolo a.E.V., dalla misurazione del contenuto di radiocarbonio risultano avere 1.900 anni.

 

Un pezzo di legno trovato sul monte Ararat, e che secondo alcuni potrebbe provenire dall’arca di Noè, secondo le prove data solo dal 700 E.V.: un legno vecchio senz’altro, ma non abbastanza vecchio da risalire a prima del Diluvio.

 

Sandali di corda intrecciata rinvenuti in una grotta dell’Oregon fra la pomice, una roccia vulcanica, avrebbero 9.000 anni.

 

La carne di un piccolo mammut, rimasto congelato per migliaia d’anni in Siberia, avrebbe 40.000 anni.

 

Sono attendibili queste date?

 

Torna all'inizio

 

 

Errori nel metodo del radiocarbonio

 

Il metodo del radiocarbonio sembrò molto semplice e chiaro allorché ne fu fatta la prima dimostrazione, ma ora si sa che è soggetto a molti tipi di errori. Dopo avere usato per una ventina d’anni questo metodo, fu tenuta nel 1969 una conferenza a Uppsala, in Svezia, per prendere in esame la cronologia ottenuta col radiocarbonio e altri relativi metodi di datazione. Dalle conversazioni fatte tra i chimici che si servono del metodo e gli archeologi e i geologi che ne usano i risultati emersero una dozzina di difetti che potrebbero invalidare le date. Nei 17 anni trascorsi da allora, si è fatto poco per rimediare a queste limitazioni.

 

Un problema seccante è sempre stato quello di essere certi che il campione esaminato non sia stato contaminato, né da carbonio recente (vivo) né da carbonio antico (morto). Ad esempio, un pezzo di durame di un vecchio albero potrebbe contenere linfa viva. Se invece è stato estratto con un solvente organico (fatto con petrolio [morto]), nella porzione analizzata potrebbe essere rimasta una traccia del solvente. Nel carbone di legna sepolto da molto tempo potrebbero essere penetrate piccole radici di piante viventi. O potrebbe essere stato contaminato da bitume molto più vecchio e difficile da togliere. Sono stati trovati crostacei vivi con carbonato proveniente da minerali rimasti sepolti a lungo o da acqua che sale dal fondo dell’oceano dov’era stata per migliaia d’anni. Cose del genere possono far apparire un campione più vecchio o più giovane di quanto non sia in realtà.

 

La limitazione più grave della teoria della datazione col radiocarbonio sta nel presupposto che il livello del carbonio 14 dell’atmosfera sia sempre stato com’è ora. Quel livello dipende, in primo luogo, dalla velocità a cui è prodotto dai raggi cosmici. A volte l’intensità dei raggi cosmici varia in notevole misura, essendo fortemente influenzata da fluttuazioni nel campo magnetico terrestre. Tempeste magnetiche sul sole accrescono talora di mille volte, per poche ore, la quantità dei raggi cosmici. Il campo magnetico terrestre è stato sia più debole che più forte nei millenni passati. E dall’esplosione delle bombe nucleari, il livello mondiale di carbonio 14 è sensibilmente aumentato.

 

Anche la quantità di carbonio stabile presente nell’aria influisce su questa concentrazione. Le grandi eruzioni vulcaniche accrescono sensibilmente la quantità di anidride carbonica stabile, diluendo così il radiocarbonio. Nel secolo scorso l’uomo ha accresciuto in maniera permanente la quantità di anidride carbonica dell’atmosfera bruciando in misura senza precedenti combustibili fossili, specie carbone e petrolio.

 

Torna all'inizio

 

 

E riconteggio diretto del carbonio 14?

 

Un recente sviluppo della datazione col radiocarbonio è un metodo per contare non solo i raggi beta emessi dagli atomi che decadono, ma tutti gli atomi di carbonio 14 presenti in un piccolo campione. Questo metodo è particolarmente utile nella datazione di esemplari molto antichi nei quali rimane solo una piccola frazione del carbonio 14. Su un milione di atomi di carbonio 14, solo uno, in media, decadrà ogni tre giorni. Per questo motivo, nell’analizzare campioni antichi, è molto noioso accumulare abbastanza conteggi per distinguere la radioattività dalla radiazione di fondo, i raggi cosmici.

 

Se però possiamo contare ora tutti gli atomi di carbonio 14, senza aspettare che decadano, possiamo aumentare la sensibilità di un milione di volte. Lo si fa deflettendo in un campo magnetico un fascio di atomi di carbonio carichi positivamente per separare il carbonio 14 dal carbonio 12. Il carbonio 12, più leggero, è costretto a seguire un percorso circolare più stretto, mentre il carbonio 14, più pesante, entra attraverso una fenditura in un contatore.

 

Questo metodo, benché più complicato e più costoso del metodo del conteggio dei raggi beta, ha il vantaggio che la quantità di materiale necessario per l’analisi è mille volte inferiore. Si prospetta la possibilità di datare manoscritti antichi e rari e altri manufatti di cui non si può proprio avere un campione di diversi grammi, perché nell’analisi andrebbe distrutto. Ora questi oggetti possono essere datati con un campione di qualche milligrammo.

 

In ogni caso, i tentativi di estendere gli intervalli di tempo hanno poco significato finché i problemi più grandi restano insoluti. Più antico è il campione, più è difficile assicurare la completa assenza di leggere tracce di carbonio recente. E più cerchiamo di andare oltre le poche migliaia di anni riguardo a cui abbiamo date attendibili, meno sappiamo del livello atmosferico del carbonio 14 in quei tempi antichi.

 

Torna all'inizio

 

 

Troppe incertezze nella racemizzazione

 

La curva di decadimento è simile a quella di un elemento radioattivo. Ciascun amminoacido ha la propria caratteristica velocità di decadimento proprio come l’uranio decade più lentamente del potassio. Si noti però questa importante differenza: le velocità di decadimento radioattivo non risentono della temperatura, mentre la racemizzazione, essendo una reazione chimica, dipende in misura notevole dalla temperatura.

 

Tra le applicazioni del metodo della racemizzazione a cui si è fatta più pubblicità vi è stato il suo impiego per datare i resti di scheletri umani trovati lungo la costa della California. Uno, chiamato uomo Del Mar, avrebbe in base a questo metodo 48.000 anni. Un altro, lo scheletro di una femmina trovato in scavi effettuati vicino a Sunnyvale, sembra averne ancora di più, niente meno che 70.000 anni! Queste età hanno messo in subbuglio non solo la stampa ma specie i paleontologi, perché nessuno aveva mai creduto che nell’America del Nord ci fosse l’uomo da tanto tempo. Si cominciarono a fare delle supposizioni circa la possibilità che dall’Asia gli uomini avessero attraversato lo stretto di Bering ben centomila anni fa. Quanto sono sicure, comunque, le date ottenute con questo nuovo metodo?

 

Per rispondere a questa domanda sono state fatte analisi con un metodo radiometrico su prodotti intermedi di decadimento fra l’uranio e il piombo che hanno periodi di dimezzamento adatti per questo intervallo di tempo. L’età ottenuta per lo scheletro di Del Mar era di 11.000 anni e solo di 8.000 o 9.000 anni per quello di Sunnyvale. Qualcosa non andava.

 

La cosa più incerta nel metodo della racemizzazione è che la storia termica dei campioni è sconosciuta. Come abbiamo detto, la velocità di racemizzazione è molto sensibile alla temperatura. Se quest’ultima aumenta di 14° centigradi, la reazione avviene dieci volte più in fretta. Come si fa a sapere a quali temperature possono essere state esposte le ossa in un passato così lontano? Per quante estati sono rimaste allo scoperto sotto il caldo sole californiano? O non potrebbero anche essere state in un fuoco all’aperto o in un incendio nella foresta? Oltre alla temperatura, è stato riscontrato che altri fattori influiscono notevolmente sulla velocità di racemizzazione, come il pH (grado di acidità). Un rapporto dice: “Gli amminoacidi contenuti nei sedimenti hanno una velocità di racemizzazione iniziale di quasi un ordine di grandezza (dieci volte) maggiore della velocità osservata negli amminoacidi liberi con un pH e una temperatura simili”.

 

E non finisce tutto qui. Uno delle ossa di Sunnyvale è stato esaminato col metodo del radiocarbonio, sia contando le particelle beta degli atomi che decadevano sia con il più recente metodo di conteggio degli atomi. Approssimativamente i valori ottenuti erano concordi. La media era di soli 4.400 anni!

 

A cosa possiamo credere? È ovvio che alcune delle risposte sono completamente sbagliate. Dovremmo riporre più fiducia nella datazione col radiocarbonio, dal momento che si ha più esperienza nell’usare questo metodo? Anche con esso, diversi campioni dello stesso osso davano età che oscillavano fra i 3.600 e i 4.800 anni. Forse dovremmo semplicemente ammettere, usando le parole dello scienziato citato in precedenza, che “forse sono sbagliate tutte”.

 

Torna all'inizio

 

 

Quanto è sicuro il metodo del piombo?

 

Supponiamo ora di avere una roccia contenente uranio ma non piombo e di sigillarla in modo tale che nulla possa uscire da quella roccia e nulla possa entrarvi. Poi, qualche tempo dopo togliamo il sigillo e misuriamo la quantità di entrambi gli elementi. Da questo possiamo stabilire per quanto tempo la roccia è rimasta sigillata. Ad esempio, se troviamo uguali quantità di piombo e di uranio, sappiamo che è trascorso un periodo di dimezzamento, vale a dire 4 miliardi e mezzo di anni. Se riscontriamo che solo l’1 per cento dell’uranio è decaduto in piombo, possiamo usare la formula matematica della curva per calcolare che sono passati 65 milioni di anni.

 

Si noti che non abbiamo bisogno di sapere quanto uranio c’era nella roccia all’inizio perché non dobbiamo far altro che misurare la proporzione fra piombo e uranio alla fine del periodo, e dopo tutto nessuno di noi era presente a misurare alcunché all’inizio dell’esperimento.

 

Forse ora pensate che stiamo parlando di periodi di tempo immensi, di milioni e miliardi di anni. A cosa può servire un orologio che va così piano? Ebbene, apprendiamo che la terra esiste da alcuni miliardi di anni e che in alcuni luoghi ci sono rocce che pare siano lì da buona parte di quel tempo. Quindi i geologi trovano che un orologio del genere è molto utile per studiare la storia della terra.

 

Dobbiamo ammettere che il processo di datazione non è proprio così semplice come l’abbiamo descritto. Abbiamo detto che all’inizio nella roccia non ci deve essere piombo. Di solito non è così; c’è un po’ di piombo all’inizio. Pertanto la roccia ha una certa età iniziale, qualcosa di più dello zero. Siamo anche partiti dal presupposto che l’uranio fosse attentamente sigillato nella roccia e che nulla potesse uscirne o entrarvi. A volte può essere così, ma non sempre. Durante lunghi periodi di tempo, parte del piombo o dell’uranio potrebbe uscire e finire nelle acque freatiche. O vi potrebbe entrare altro uranio o piombo, specie se si tratta di roccia sedimentaria. Per questa ragione il metodo del piombo funziona meglio con le rocce ignee.

 

Altre complicazioni sorgono dal fatto che anche un altro elemento, il torio, il quale può essere presente nel minerale, è radioattivo e si disintegra lentamente in piombo. Per di più l’uranio ha un secondo isotopo, che chimicamente è lo stesso ma ha una massa diversa, il quale decade a diversa velocità, formando anch’esso piombo. Ciascuno di essi dà luogo a un diverso isotopo del piombo, per cui abbiamo bisogno non solo di un chimico con le sue provette, ma anche di un fisico con uno speciale strumento per classificare i vari isotopi, piombo di massa diversa.

 

Senza scendere nei particolari a questo riguardo, possiamo capire che i geologi che usano il metodo del piombo devono stare attenti a varie trappole se vogliono ottenere un risultato abbastanza sicuro. Sono lieti di avere altri metodi basati sulla radioattività per verificare la loro misurazione delle età. Ne sono stati messi a punto altri due che si possono spesso impiegare con la stessa roccia.

 

Torna all'inizio

 

 

Chi ha azzerato l'orologio?

 

Perché il metodo potassio-argo dia risultati devono esistere le condizioni illustrate sopra: Il potassio non deve contenere argo quando si avvia l’“orologio”, ossia quando si forma il minerale. E il sistema deve rimanere sigillato per tutto quel tempo, non lasciando fuoriuscire o entrare né potassio né argo.

 

In pratica come funziona l’“orologio”? A volte ottimamente, altre volte male. Talora fornisce età molto diverse da quelle ottenute col metodo del piombo. Di solito sono inferiori; questi risultati sono attribuiti alla perdita di argo. In altre rocce, però, le età ottenute con i due metodi sono molto simili.

 

Fatto interessante, il metodo potassio-argo è stato usato per datare una roccia che gli astronauti dell’Apollo 15 avevano portato dalla luna. Usando un frammento di questa roccia, gli scienziati hanno misurato il potassio e l’argo e hanno determinato che quella roccia aveva 3 miliardi e 300 milioni di anni.

 

Torna all'inizio

 

 

TUTTE SBAGLIATE ?

 

Un esperto ha detto: “Alcune date devono essere sbagliate, e se alcune sono sbagliate forse sono sbagliate tutte”.

 

 

Torna all'inizio

 

 

Non hanno azzerato l'orologio all'uomo di olduvai !

 

I paleontologi hanno tentato di imitare il successo dei geologi nel datare rocce che hanno appena alcuni milioni di anni. Alcuni dei loro fossili, credono, potrebbero rientrare in quella fascia di età. Purtroppo il metodo potassio-argo non funziona altrettanto bene per loro. Ovviamente i fossili non si trovano nelle rocce ignee ma solo in quelle sedimentarie, e di solito con queste la datazione radiometrica non è attendibile.

 

Ne sono un esempio i fossili che sono rimasti sepolti sotto una spessa coltre di cenere vulcanica in seguito solidificatasi per formare il tufo. Si tratta in effetti di uno strato sedimentario, ma è fatto di materiale igneo che si è solidificato all’aria. Se lo si può datare, servirà a fornire l’età del fossile che vi è racchiuso.

 

È il caso della gola di Olduvai in Tanzania, dove sono stati rinvenuti fossili di animali scimmieschi che hanno richiamato speciale attenzione perché chi li ha trovati asseriva avessero dei legami con l’uomo. Le prime misurazioni dell’argo contenuto nel tufo vulcanico in cui erano stati rinvenuti i fossili davano un’età di un milione e 750 mila anni. Ma successive misurazioni effettuate in un altro laboratorio qualificato davano un’età di mezzo milione di anni inferiore. Gli evoluzionisti rimasero molto delusi scoprendo che le età di altri strati di tufo, sopra e sotto, non erano compatibili. In certi casi lo strato superiore conteneva più argo di quello inferiore. In termini geologici, però, questo non è possibile: lo strato superiore doveva essere stato depositato dopo quello inferiore, per cui doveva contenere meno argo.

 

La conclusione fu che le misurazioni dovevano essere alterate da “argo ereditato”. Non tutto l’argo formatosi in precedenza era stato espulso dalla roccia fusa per effetto del calore. L’“orologio” non era stato regolato sullo zero. Se solo un decimo dell’1 per cento dell’argo prodotto in precedenza dal potassio fosse stato presente nella roccia quando si era fusa nel vulcano, l’“orologio” sarebbe partito con un’età iniziale di quasi un milione di anni.

 

Malgrado le opinioni degli esperti i quali affermano che queste date potrebbero essere del tutto prive di significato, l’originale età di un milione e 750 mila anni attribuita ai fossili di Olduvai continua a essere citata in popolari riviste che si occupano di evoluzione. 

 

Torna all'inizio

 

 

 

Imbarazzante errore di datazione  

Undici anni fa Joan Ahrens, una nonna sudafricana amante dell’arte, fece alcuni bei dipinti su sassi, copiando l’arte tradizionale dei boscimani. In seguito, uno dei suoi sassi dipinti è stato raccolto per terra vicino alla casa dove la donna aveva abitato nella città di Pietermaritzburg ed è finito nelle mani del sovrintendente del museo cittadino. Non conoscendo l’origine di questo sasso dipinto, il sovrintendente lo ha fatto datare col metodo del radiocarbonio presso l’Università di Oxford. Gli esperti hanno calcolato che aveva 1.200 anni! Perché questo imbarazzante errore? “È stato poi stabilito”, secondo una notizia del Sunday Times del Sudafrica, “che l’olio usato dalla Ahrens conteneva degli oli naturali che contenevano a loro volta carbonio: l’unica sostanza datata a Oxford”.

 

 

Torna all'inizio

 

 

Anno più anno meno...

 

Solo quest’anno Science News, in un articolo intitolato “Nuove date per utensili ‘primitivi’”, diceva:

 

  “Quattro manufatti di osso che si pensava fornissero la prova che l’uomo occupò l’America del Nord circa 30.000 anni fa hanno, al massimo, solo 3.000 anni circa, riferiscono l’archeologo D. Earl Nelson della Simon Fraser University della Columbia Britannica e i suoi colleghi in SCIENCE del 9 maggio. . . .

 

  “La differenza nelle stime delle età fra i due tipi di campioni di carbonio dello stesso osso è a dir poco significativa. Per esempio, a uno ‘scarnatoio’ usato per staccare la carne dalle pelli animali era stata attribuita inizialmente, col metodo del radiocarbonio, un’età di circa 27.000 anni. Ora quell’età è stata riveduta e l’oggetto avrebbe circa 1.350 anni”. (10 maggio 1986)

 

Torna all'inizio

 

 

 

 

LA TRACOTANZA DELLA SCIENZA

 

Non avvertono minimamente il profano che queste età non sono altro che congetture.

 

 

Torna all'inizio

 

 

GLI EFFETTI DEL DILUVIO

 

Non solo la scorta di carbonio 14, ma anche lo stabile carbonio 12 nella riserva di scambio, dev’essere costante per mantenere l’orologio radiocarbonico sincronizzato.  Abbiamo buone ragioni per credere che questa supposizione sia valida?

 

Poiché c’è sessanta volte più carbonio nell’oceano che non nell’atmosfera, ci preoccupiamo principalmente della riserva oceanica. Questo punto fu menzionato nella considerazione della conferenza di Uppsala, dove ci fu il consenso che quella che chiamano “Epoca Glaciale” potesse causare maggiori perturbazioni. Libby aveva indicato questa possibilità nel 1952:

“La possibilità che la quantità di carbonio nella riserva di scambio si sia alterata apprezzabilmente negli ultimi 10.000 o 20.000 anni capovolge quasi interamente la domanda se l’epoca glaciale, che, come vedremo in seguito, pare giunga entro questo periodo, potesse influire sul volume e sulle temperature medie degli oceani in maniera apprezzabile”.

 

La menzione del volume degli oceani immediatamente desta nella mente dello studente biblico l’idea della possibilità di maggiori dislocazioni nell’orologio radiocarbonico al tempo del diluvio universale del giorno di Noè, 4.340 anni fa. Gli oceani dovettero per certo essere assai più grandi per estensione e profondità dopo il Diluvio. Questo in sé non avrebbe aumentato la quantità di carbonato nell’oceano; l’avrebbe semplicemente diluita. Le quantità di carbonio 14 e di carbonio 12, e anche la loro proporzione, che determina l’attività specifica, non sarebbe stata cambiata solo dalla caduta dell’acqua. Comunque, l’accresciuto volume avrebbe infine dato all’oceano la proprietà di portare un carico di carbonato disciolto assai maggiore.

 

E ci sarebbe da aspettarsi che avvenissero aggiustamenti nella crosta terrestre a causa del peso grandemente accresciuto dell’acqua sui bacini oceanici. Questa pressione sarebbe stata più grande di quella sui continenti. Essa avrebbe sospinto il sottostante manto modellabile lungi dai letti oceanici e verso i continenti, sollevandoli così a nuove altezze. Questo avrebbe esposto le superfici rocciose a un’accresciuta erosione, compresa la pietra calcarea dei letti dei bassi mari che i geologi nelle loro carte dei tempi pliocenici mostrano nelle zone continentali situate in basso.

Quindi, a cominciare poco dopo il Diluvio, la riserva oceanica di carbonato sarebbe costantemente aumentata fino a raggiungere la concentrazione odierna. Anziché supporre che la riserva di carbonato sia stata costante, dovremmo dunque considerare la possibilità che sia gradualmente aumentata nei passati 4.300 anni.

 

In che modo il Diluvio avrebbe influito sul carbonio 14? Dal momento che la Bibbia indica che l’acqua caduta nel Diluvio era stata in precedenza sospesa al di sopra dell’atmosfera terrestre, essa dovette impedire la penetrazione dei raggi cosmici e quindi la produzione di radiocarbonio. Se uniformemente distribuita in una volta sferica, avrebbe potuto impedire completamente la formazione del radiocarbonio. Comunque, non è necessario supporlo; la volta acquea poté ben essere più spessa sulle parti equatoriali che non sui poli, facendo così penetrare i raggi cosmici a bassa intensità. In ogni caso, l’eliminazione di questa volta con la sua caduta sulla superficie avrebbe aumentato il ritmo di produzione del carbonio 14.

 

Così, dovremmo attenderci che, dopo il Diluvio, sia il radioattivo carbonio 14 che lo stabile carbonio 12 nella riserva oceanica cominciassero ad aumentare rapidamente. Ricordate che è la proporzione di carbonio 14 rispetto al carbonio 12 a fissarne l’attività specifica. Pertanto, secondo quanto presto l’erosione del suolo aggiunse carbonato ai mari, l’attività poté aumentare o diminuire. Veramente, sarebbe stato possibile, benché non probabile, che la crescita dell’uno equilibrasse la crescita dell’altro; in tal caso, l’orologio radiocarbonico avrebbe continuato a funzionare uniformemente anche durante il Diluvio. Libby indicò la possibilità che tale fortuito equilibrio potesse recare la “concordanza fra i predetti e osservati contenuti radiocarbonici dei materiali organici delle epoche storicamente conosciute”. Ma egli non preferì questa spiegazione.

Giacché le scorte del carbonio 14 e del carbonio 12 sono indipendenti l’una dall’altra, è possibile postulare valori che spiegherebbero le eccessive età riferite per i campioni antichi. Per esempio, se supponiamo che l’attività specifica prima del Diluvio fosse circa la metà del suo valore attuale, tutti gli esemplari antidiluviani apparirebbero di circa 6.000 anni più antichi di quello che realmente sono. Questo potrebbe dirsi anche per qualche tempo dopo, ma con la rapida erosione del carbonato nei secoli dopo il Diluvio, l’errore sarebbe stato ridotto. Risulta che verso il 1500 a.E.V. l’attività si era avvicinata al suo valore attuale, dato che le epoche radiocarboniche sembrano da allora quasi giuste.

 

Torna all'inizio

 

Come e quando conviene a loro

 

A conferma della non attendibilità della datazione scientifica, notate quanto segue. Due scienziati volevano stabilire un rapporto fra un nuovo reperto e uno precedente, a cui era stata attribuita l’età di 65 milioni di anni. Tuttavia, il metodo potassio-argon indicava che il nuovo reperto aveva solo 44 milioni di anni, 21 milioni in meno. Nessun problema: volere è potere. I due scienziati “attribuiscono questo fatto alla perdita di argon o a impurità”, scrive Science News del 18 luglio 1981. Incerti quando conviene loro, dogmatici quando non gli conviene.

 

Torna all'inizio

 

 

INDATABILI PRIMA DEL DILUVIO 

Il metodo di datazione al radiocarbonio è stato ampiamente accettato da molti scienziati per indicare che gli uomini esistono come minimo sin dal 50.000 a.E.V. Questo è in contrasto con quanto dice la Bibbia.

Ma il fisico R. Brown dell’Università Andrews afferma che questo metodo di datazione al radiocarbonio è molto inesatto. Dopo uno studio decennale, egli è giunto alla conclusione che prima del 2.000 a.E.V. gli atomi di carbonio radioattivo non esistevano nell’atmosfera terrestre in quantità rilevanti e quindi non si possono usare per datare oggetti risalenti a un tempo anteriore. Verso quella data, egli dice, avvenne probabilmente un grande cambiamento atmosferico, che produsse un accumulo di carbonio radioattivo nell’atmosfera.

Uno di questi estesi cambiamenti fu il diluvio del giorno di Noè, che secondo la Bibbia ebbe luogo nel 2370 a.E.V. Senz’altro quella catastrofe alterò drasticamente le condizioni atmosferiche. (Genesi 7:11, 12)

 

 

Se volete saperne di più sui mutamenti climatici, allora esaminate la pagina Clima.

Torna all'inizio

 

Sito Web: http://web.ticino.com/arcas

Aggiornato il: 10-03-05 08.33 +0100

Problemi riscontrati all'interno del portale: arcasweb@tiomail.ch

Domande al responsabile Arcas: arcasgroup@bluewin.ch

Copyright © 1996-2005 ARCAS (Ararat Research Center for Archaeological Studies). Tutti i diritti riservati.