La
testimonianza dei fossili
I fossili sono resti di antiche forme di
vita preservati nella crosta terrestre. Può trattarsi di scheletri o di parti d’essi, come ossa,
denti o gusci. Un fossile può anche consistere in una traccia — ad
esempio un’orma o un’impronta — lasciata da quello che un tempo
era un organismo vivente. Molti fossili non contengono più la sostanza
organica originale, ma sono costituiti da depositi minerali che,
infiltratisi, ne hanno assunto la forma.
Perché
i fossili sono importanti per l’evoluzione? Un genetista, G. L.
Stebbins, ne sottolinea una ragione fondamentale: “Nessun biologo ha
effettivamente visto l’origine di un importante gruppo di organismi
per evoluzione”. Perciò oggi
non si vedono sulla terra organismi viventi che si evolvano in altre
forme di vita. Al contrario, sono tutti morfologicamente completi e
distinti dagli altri tipi. Come osservò il genetista Theodosius
Dobzhansky, “il mondo vivente non è una singola sequenza . . .
collegata da serie ininterrotte di gradi intermedi”.
E Charles Darwin ammise che “la distinzione delle forme [viventi]
specifiche, e il fatto che esse non sono collegate da innumerevoli
anelli di transizione, costituisce una difficoltà molto evidente”.
Perciò
le varietà distinte degli organismi oggi viventi non sostengono in
alcun modo la teoria dell’evoluzione. È per questo che la
documentazione fossile acquistò tanta importanza. Si pensava che almeno
i fossili potessero fornire la conferma di cui la teoria
dell’evoluzione aveva bisogno.
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Cosa cercare
Se
l’evoluzione fosse un fatto reale, la documentazione fossile
rivelerebbe senz’altro la graduale trasformazione di una specie
vivente in un’altra. E così dovrebbe essere, a prescindere da quale
delle varie teorie evoluzionistiche si accetti. Gli stessi scienziati
che sostengono la teoria dell’“equilibrio punteggiato” o
“intermittente”, teoria che prevede cambiamenti più rapidi,
riconoscono che i presunti cambiamenti si sarebbero comunque verificati
nell’arco di molte migliaia d’anni. Non è quindi ragionevole
pensare che non vi sia alcuna necessità di fossili di collegamento.
Inoltre,
se l’evoluzione si basasse sui fatti, la documentazione fossile
dovrebbe mostrare abbozzi di nuovi organi nei viventi. Dovrebbero
esistere almeno alcuni fossili con arti, ali, occhi, ossa e altri organi
in fase di sviluppo. Per esempio, dovrebbero trovarsi pinne di pesce che
si stavano trasformando in zampe di anfibio, con piedi e dita, e
branchie che si stavano evolvendo in polmoni. Si dovrebbero trovare
rettili con arti anteriori che si stavano trasformando in ali
d’uccello, arti posteriori che si stavano mutando in zampe munite di
artigli, squame che stavano diventando penne, e bocche che si stavano
trasformando in becchi cornei.
Parlando
di questa teoria, il periodico britannico New Scientist
dice: “Essa predice che una documentazione fossile completa
consisterebbe in linee di organismi indicanti un cambiamento
ininterrotto e graduale durante lunghi periodi di tempo”. Come asserì
lo stesso Darwin, “veramente immenso deve essere il numero delle
varietà intermedie che anticamente esistettero sulla terra”.
D’altra
parte, se il racconto della creazione in Genesi è reale, la
documentazione fossile non dovrebbe contenere tracce di forme di
vita in fase di trasformazione. Dovrebbe rispecchiare la dichiarazione
di Genesi secondo cui ciascuna delle diverse forme di vita si sarebbe
riprodotta solo “secondo la sua specie”. (Genesi 1:11, 12, 21, 24,
25) Inoltre, se i viventi vennero all’esistenza per mezzo di un atto
creativo, nella documentazione fossile non si dovrebbero trovare ossa o
organi incompleti, in fase di sviluppo. Tutti i fossili dovrebbero
essere completi e altamente complessi, come i viventi d’oggi.
Per
di più, se i viventi furono creati, ci sarebbe da aspettarsi che
apparissero all’improvviso nella documentazione fossile, senza
collegamenti con forme di vita precedenti. Che succederebbe se si
riscontrasse che le cose stanno così? Darwin ammise francamente: “Se
molte specie . . . fossero realmente apparse improvvisamente, questo
fatto sarebbe fatale alla teoria dell’evoluzione”.
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Fino a che punto è completa la documentazione?
Comunque,
è abbastanza completa la documentazione fossile da permettere, dopo
un’onesta valutazione, di capire se sostiene la creazione o
l’evoluzione? Più di un secolo fa, Darwin pensava di no. Cosa non
andava nella documentazione fossile disponibile ai suoi giorni? Non
conteneva gli anelli di transizione necessari per suffragare la sua
teoria. Questo lo spinse a dire: “Perché dunque ogni formazione
geologica e ogni strato non sono pieni di questi legami intermedi? Certo
è che la geologia non rivela una tale catena organica perfettamente
graduata; e questa è forse la più ovvia e seria obiezione che si possa
fare alla teoria”.
La
documentazione fossile esistente ai giorni di Darwin fu per lui una
delusione anche sotto un altro aspetto. Darwin spiegò: “La comparsa
improvvisa di interi gruppi di specie, in alcune formazioni, è stata
impugnata da diversi paleontologi . . . come obiezione decisiva alla
teoria della trasformazione delle specie”. E ancora: “V’è una
seconda difficoltà legata alla prima, e molto più seria. Mi riferisco
alla comparsa subitanea di specie appartenenti a diverse fra le
principali suddivisioni del regno animale nelle rocce fossilifere più
profonde che si conoscano. . . . Il problema è attualmente insolubile;
e può essere un valido argomento contro le opinioni [evoluzionistiche]
qui esposte”.
Darwin
cercò di risolvere questi enormi problemi mettendo sotto accusa la
documentazione fossile. Ad esempio disse: “Considero i dati geologici
come una storia del mondo tramandata imperfetta. . . . La nobile scienza
della geologia perde gloria per la estrema incompletezza dei
documenti”. Sia lui che altri
pensavano che col passar del tempo si sarebbero certamente trovati gli
anelli fossili mancanti.
Ora,
dopo ben oltre un secolo di scavi intensivi, è stata dissepolta una
gran quantità di fossili. La documentazione è ancora altrettanto
“imperfetta”? Il libro Processes of Organic Evolution
(Processi di evoluzione organica) osserva: “La documentazione delle
antiche forme di vita è ora esauriente e si arricchisce sempre più man
mano che i paleontologi trovano, descrivono e comparano nuovi
fossili”. E Porter Kier,
ricercatore della Smithsonian Institution, aggiunge: “Nei musei di
tutto il mondo ci sono cento milioni di fossili, tutti catalogati e
identificati”. Pertanto in Guida alla storia della Terra si legge: “Con
l’aiuto dei fossili i paleontologi possono oggi darci un eccellente
quadro della vita nelle ere passate”.
Dopo
tutto questo tempo, e con tutti i milioni di fossili raccolti, cosa
rivela ora la documentazione? Steven Stanley, evoluzionista, dice che i
fossili “rivelano qualcosa di nuovo e di sorprendente sulla nostra
origine biologica”. Il libro Una visione della vita, scritto da tre evoluzionisti,
aggiunge: “Nei fossili si osservano moltissime tendenze evolutive che
i paleontologi non sono stati capaci di spiegare”. Cos’hanno trovato di tanto “sorprendente” e ‘inspiegabile’
questi evoluzionisti?
Ciò
che lascia perplessi questi scienziati è il fatto che l’enorme
quantità di fossili oggi disponibile rivela esattamente la stessa cosa
che rivelava ai giorni di Darwin: le fondamentali specie viventi sono
apparse all’improvviso e non hanno subìto mutamenti apprezzabili per
lunghi periodi di tempo. Non sono mai stati trovati anelli di
congiunzione fra due diverse specie fondamentali. Perciò la
testimonianza dei fossili attesta esattamente il contrario di ciò che
molti si aspettavano.
Dopo
quarant’anni di ricerche, il botanico svedese Heribert Nilsson
descrisse così la situazione: “Alla luce dei dati paleontologici non
è possibile fare nemmeno una caricatura dell’evoluzione. La raccolta
dei fossili è oggi così completa che . . . l’assenza di serie di
transizione non può essere attribuita alla scarsità di materiale. Le
lacune sono effettive, e non saranno mai colmate”.
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La vita appare all’improvviso
Esaminiamo più da vicino le testimonianze. Nel suo libro Red Giants and White Dwarfs (Giganti rosse e nane bianche),
Robert Jastrow afferma: “A un certo punto, nel corso del primo
miliardo di anni, sulla superficie della terra apparve la vita.
Lentamente, come attestano i fossili, gli organismi viventi iniziarono
la loro ascesa dalle forme più semplici a quelle più complesse”. Da
questa descrizione ci si aspetterebbe che la documentazione fossile
attestasse un’evoluzione lenta dalle prime “semplici” forme di
vita a quelle più complesse. Eppure lo stesso libro dice: “Quel
cruciale primo miliardo di anni, durante il quale ebbe origine la vita,
è fatto di pagine bianche nella storia della terra”.
E
poi, è esatto definire “semplici” quelle prime forme di vita? “Se
andiamo a ritroso nel tempo sino al periodo delle rocce più antiche”,
dice Evoluzione dallo spazio, “i residui fossili
di antiche forme di vita scoperti nelle rocce non rivelano un principio
semplice. Anche se possiamo essere inclini a considerare semplici
batteri fossili e alghe fossili e micromiceti rispetto a un cane o a un
cavallo, il loro livello d’informazione rimane però enormemente
elevato. La massima parte della complessità biochimica della vita era
presente già all’epoca in cui si formarono le rocce più antiche
della superficie terrestre”.
Da
questo inizio, è possibile trovare una qualsiasi testimonianza
indicante che organismi unicellulari si siano evoluti in organismi
pluricellulari? “La documentazione fossile non contiene tracce di
questi stadi preliminari nello sviluppo degli organismi
pluricellulari”, dice Jastrow.
E sempre lui afferma: “I reperti fossili conservati nelle rocce
contengono molto poco oltre a batteri e piante unicellulari, finché,
circa un miliardo di anni fa, dopo un progresso invisibile protrattosi
per circa tre miliardi di anni, si ebbe un decisivo salto di qualità:
sulla Terra comparvero i primi organismi pluricellulari”.
Pertanto,
all’inizio di quello che viene definito periodo cambriano, si assiste
nella documentazione fossile a un’inspiegabile svolta spettacolare.
Una grande varietà di creature marine complesse e completamente
sviluppate, molte delle quali dotate di un duro guscio esterno, appaiono
così all’improvviso che, in relazione a questo periodo, si parla
spesso di un’“esplosione” di creature viventi. Il libro Una visione della vita lo descrive così: “In un
intervallo di 10 milioni di anni all’inizio del periodo Cambriano,
comparvero tutti i principali gruppi di invertebrati con scheletro,
dando luogo alla più grande esplosione di diversificazione registratasi
sul nostro pianeta”. Apparvero gasteropodi, spugne, stelle di mare,
trilobiti (un tipo di crostacei estinti), e molte altre creature marine.
Fatto interessante, lo stesso libro afferma: “Alcune trilobiti estinte
avevano occhi più complessi ed efficienti di quelli di ogni altro
artropode vivente”.
Ci
sono anelli fossili di congiunzione fra questa esplosione di vita e
forme di vita precedenti? Ai tempi di Darwin questi anelli non
esistevano. Egli ammise: “Non posso trovare risposta soddisfacente
alla domanda perché non si trovino depositi ricchi di fossili
appartenenti a questi presunti periodi primitivi, anteriori all’epoca
cambriana”. È diversa la
situazione oggi? A proposito dell’osservazione di Darwin sulla
“comparsa improvvisa di interi gruppi di specie”, il paleontologo
Alfred S. Romer scrisse: “Al di sotto [del Cambriano], ci sono
formazioni sedimentarie di notevole spessore in cui dovrebbero trovarsi
i progenitori delle forme riconoscibili nel Cambriano. Ma non si
trovano; in questi strati antichi non vi è quasi traccia di vita, e si
potrebbe dire che il quadro generale concordi con l’idea di una
creazione speciale all’inizio del Cambriano. ‘Alla domanda perché
non si trovino depositi ricchi di fossili appartenenti a questi presunti
periodi primitivi, anteriori all’epoca cambriana’, disse Darwin,
‘non posso trovare risposta soddisfacente’. Né possiamo trovarla
noi oggi”.
Alcuni
obiettano che le rocce precambriane sono state troppo modificate dal
calore e dalla pressione per poter preservare gli anelli fossili di
congiunzione, o che nei mari poco profondi non si ebbero sedimentazioni
rocciose in grado di conservare i fossili. “Nessuna di queste ipotesi
è stata confermata”, dicono gli evoluzionisti Salvador E. Luria,
Stephen Jay Gould e Sam Singer. E aggiungono: “Sono state scoperte
molte rocce precambriane non modificate, le quali non contengono fossili
di organismi complessi”.
Questi
fatti hanno indotto il biochimico D. B. Gower a dire: “Il racconto
della creazione contenuto nella Genesi e la teoria dell’evoluzione
erano inconciliabili. Uno dei due doveva essere giusto e l’altro
sbagliato. La storia dei fossili dava ragione al racconto della Genesi.
Nelle rocce più antiche non abbiamo trovato una serie di fossili che
mostrasse i cambiamenti graduali dalle creature più primitive alle
forme sviluppate, ma piuttosto, nelle rocce più antiche, l’improvvisa
comparsa di specie sviluppate. Fra una specie e l’altra c’era
un’assenza totale di fossili intermedi”.
Lo
zoologo Harold Coffin è giunto a questa conclusione: “Se l’ipotesi
dell’evoluzione graduale dal semplice al complesso è esatta, si
dovrebbero poter trovare gli antenati di queste creature viventi
improvvisamente apparse nel Cambriano; ma non sono stati trovati, e gli
scienziati ammettono che ci sono scarse speranze di trovarli in futuro.
Stando esclusivamente ai fatti, sulla base di ciò che effettivamente si
trova nella terra, la teoria più idonea è quella di un improvviso atto
creativo che abbia dato origine alle principali forme di vita”.
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Si ripetono le apparizioni improvvise; minimi mutamenti
Negli
strati superiori all’“esplosione” di vita del Cambriano, la
testimonianza dei fossili è sempre la stessa: nuove specie animali e
vegetali compaiono all’improvviso, senza alcun legame con forme di
vita precedenti. E, una volta venute all’esistenza, si perpetuano con
minimi mutamenti. Il libro L’evoluzione dell’evoluzione
afferma: “Ora le testimonianze fossili rivelano che, nella maggior
parte dei casi, le specie sopravvivono per centinaia di migliaia, o
milioni, di generazioni senza evolversi in maniera apprezzabile. . . .
Dal momento della loro origine in poi, le specie subiscono per lo più
minime variazioni, prima di estinguersi”.
Per
esempio, gli insetti appaiono all’improvviso nella documentazione
fossile, e in grande abbondanza, senza alcun antenato evolutivo. E fino
a oggi non sono cambiati molto. A proposito del rinvenimento di una
mosca fossile alla quale sono stati attribuiti “40 milioni di anni”,
il dott. George Poinar jr. dice: “L’anatomia interna di queste
creature è straordinariamente simile a quella delle mosche attuali.
Ali, zampe, testa e persino la struttura cellulare interna hanno un
aspetto molto moderno”. E in un
commento pubblicato sul Globe and Mail di Toronto
si leggeva: “Dopo aver risalito per 40 milioni di anni la scala
evolutiva, non hanno fatto in pratica nessun progresso apprezzabile”.
Un
quadro analogo si riscontra a proposito delle piante. Nelle rocce si
trovano foglie fossili di molti alberi e arbusti che differiscono ben
poco da quelle delle stesse piante esistenti oggi: quercia, noce, noce
americano, vite, magnolia, palma e molte altre. Le specie animali
seguono lo stesso modello. Gli antenati di quelle oggi viventi compaiono
all’improvviso nella documentazione fossile, e sono molto simili alle
loro controparti viventi. Esistono molte varietà, ma sono tutte
facilmente identificabili con la stessa “specie”. La rivista Discover
ne sottolinea un esempio: “Il lìmulo [Xiphosura polyphemus]
. . . esiste praticamente immutato da 200 milioni di anni”. Anche gli animali che si estinsero seguirono lo stesso schema. I
dinosauri, per esempio, appaiono all’improvviso nella documentazione
fossile, senza alcun legame con forme ancestrali. Si moltiplicarono
considerevolmente, per poi estinguersi.
A
questo riguardo, il Bulletin del Field Museum of Natural History
di Chicago afferma: “Nella sequenza le specie appaiono in modo molto
repentino, mostrano una stabilità assoluta o quasi nel corso della loro
esistenza nella documentazione, e poi scompaiono bruscamente dalla
medesima. E non sempre è chiaro — anzi, di rado lo è — se i loro
discendenti fossero effettivamente più adatti dei loro predecessori. In
altre parole, è difficile riscontrare un miglioramento biologico”.
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Assenza di caratteristiche di transizione
Un’altra
difficoltà per l’evoluzione è il fatto che nella documentazione
fossile non si riscontrano in alcun modo ossa o organi parzialmente
formati che possano interpretarsi come abbozzi di nuove caratteristiche.
Esistono, ad esempio, fossili di vari tipi di creature volatili:
uccelli, pipistrelli, pterodattili estinti. Secondo la teoria
dell’evoluzione si sarebbero evoluti da forme ancestrali di
transizione. Ma non ne è stata trovata nemmeno una. Non ne esiste la
minima traccia. Ci sono fossili di giraffe col collo lungo due terzi o
tre quarti di quello delle giraffe attuali? Ci sono fossili di uccelli
il cui becco si stesse evolvendo da una mandibola rettiliana? Esiste tra
i fossili qualche traccia di pesci che stessero sviluppando un bacino
come quello degli anfibi, o di pesci le cui pinne si stessero
trasformando in zampe, piedi e dita di anfibi? I fatti mostrano che la
ricerca di queste caratteristiche di transizione nella documentazione
fossile si è rivelata infruttuosa.
New Scientist fa notare che l’evoluzione “predice che una
documentazione fossile completa consisterebbe in linee di organismi
indicanti un cambiamento ininterrotto e graduale durante lunghi periodi
di tempo”. Ma ammette: “Purtroppo la documentazione fossile non
soddisfa queste aspettative, perché raramente singole specie fossili
sono collegate fra loro da forme intermedie conosciute. . . . sembra
proprio che le specie fossili note non si evolvano nemmeno
nell’arco di milioni di anni”.
E il genetista Stebbins scrive: “Non si conoscono forme di transizione
fra nessuno dei principali phyla animali o vegetali”. Egli parla del
“grande divario esistente fra molte delle principali categorie di
organismi”. Come riconosce il
libro L’evoluzione dell’evoluzione, “la
documentazione fossile non dimostra, infatti, in maniera convincente alcuna transizione
(Il
corsivo è nostro)
da
una specie a un’altra. Per di più, le specie sono perdurate per
periodi di tempo sorprendentemente lunghi”.
Questo
concorda con l’approfondito studio preparato dalla Società Geologica
di Londra e dall’Associazione Paleontologica d’Inghilterra, sui cui
risultati John N. Moore, docente di scienze naturali, ha scritto:
“Circa 120 scienziati, tutti specialisti, hanno compilato i trenta
capitoli di un lavoro monumentale di oltre 800 pagine, per presentare la
documentazione fossile di piante e animali suddivisi in circa 2.500
gruppi. . . . Come si può notare, ciascuna principale forma o tipo di
pianta e animale ha una storia separata e indipendente da quella di
tutte le altre forme o tipi! Gruppi sia di piante che di animali appaiono all’improvviso nella documentazione fossile. . . . Balene,
pipistrelli, cavalli, primati, elefanti, lepri, scoiattoli, ecc., quando
apparvero per la prima volta erano tutti distinti fra loro come lo sono
oggi. Non c’è traccia di un antenato comune, e ancor meno di
collegamenti con qualche rettile, presunto progenitore”. Moore
aggiunge: “Nella documentazione fossile non sono state trovate forme
di transizione, molto probabilmente perché non esistono proprio forme
di transizione a livello fossile. È molto probabile che non si sia mai
verificata una transizione da una specie animale all’altra e/o da una
specie vegetale all’altra”.
Perciò
la situazione esistente ai giorni di Darwin non è cambiata. La
testimonianza dei fossili è ancora quella descritta alcuni anni fa
dallo zoologo D’Arcy Thompson nel suo libro On Growth and Form (Crescita e forma): “L’evoluzione darwiniana non ci ha
spiegato in che modo gli uccelli discendono dai rettili, i mammiferi dai
primi quadrupedi, i quadrupedi dai pesci, o i vertebrati dagli
invertebrati. . . . Andare in cerca di anelli di congiunzione per
colmare le lacune significa cercare invano, per sempre”.
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E il cavallo?
Comunque,
spesso si è detto che almeno il cavallo è un classico esempio di
evoluzione documentato dai fossili. La World Book Encyclopedia
dice: “I cavalli sono fra gli esempi più documentati di sviluppo
evolutivo”. Le figure usate per
illustrare l’argomento cominciano con un piccolo animale e terminano
con i grandi cavalli di oggi. Ma questo ha veramente il sostegno
dell’evidenza fossile?
L’Encyclopædia Britannica osserva: “L’evoluzione del cavallo non è mai
stata rettilinea”. In altre
parole, la testimonianza dei fossili non rivela affatto uno sviluppo
graduale da quel piccolo animale al cavallo grande. L’evoluzionista
Hitching, a proposito di questo tanto decantato modello evolutivo, dice:
“Descritto un tempo come semplice e lampante, è ora così complicato
che l’accettare una versione anziché un’altra è più una questione
di fede che di scelta razionale. Eohippus, il presunto cavallo
primitivo, che secondo gli esperti si sarebbe estinto molto tempo fa e
che ci è noto solo attraverso i fossili, potrebbe in realtà essere
vivo e vegeto e potrebbe non essere affatto un cavallo, bensì un timido
animale delle dimensioni di una volpe, una procavia che si vede
sfrecciare nella boscaglia africana”.
Definire
il piccolo Eohippus l’antenato del cavallo richiede uno sforzo
d’immaginazione, specialmente alla luce di ciò che dice il libro L’evoluzione dell’evoluzione: “Per molto tempo . . . si credette che [l’Eohippus]
si fosse lentamente, ma continuamente, trasformato in un animale dai
caratteri più tipicamente equini”. Ma questo assunto è sostenuto dai
fatti? “Le specie fossili di [Eohippus] mostrano scarse tracce
di modificazioni evolutive”, risponde lo stesso libro. Parlando delle
testimonianze fossili, ammette perciò che “non documentano l’intera
storia della famiglia degli equidi”.
Pertanto
ora alcuni scienziati dicono che il piccolo Eohippus non è mai
stato un cavallo né un suo antenato. E ciascun tipo fossile inserito
nella linea del cavallo rivela una straordinaria stabilità, senza forme
di transizione fra esso e altri presunti antenati evolutivi. Non
dovrebbe nemmeno destare sorpresa il fatto che esistano fossili di
cavalli di forma e dimensioni diverse. Tuttora i cavalli variano dai
piccoli pony ai grossi cavalli da tiro. Sono tutte varietà
nell’ambito della famiglia dei cavalli.
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Ciò che dicono veramente i fossili
Se
si lascia parlare la documentazione fossile, la sua testimonianza non è
a favore dell’evoluzione, ma della creazione. Mostra che molte diverse
specie di creature viventi apparvero all’improvviso. Pur con
un’ampia varietà in seno a ciascuna specie, esse non erano collegate
in senso evolutivo con alcuna forma ancestrale, né erano unite da
anelli evolutivi ad altre specie viventi venute dopo di loro. Varie
specie mantennero una grande stabilità per lunghi periodi di tempo
prima di estinguersi, mentre altre esistono tuttora.
“Il
concetto di evoluzione non può essere considerato una spiegazione
scientificamente comprovata della presenza delle diverse forme di
vita”, conclude l’evoluzionista Edmund Samuel nel suo libro Order: In Life (Ordine: nella vita). Perché? “Nessuna analisi
accurata della distribuzione biogeografica o della documentazione
fossile”, aggiunge, “può sostenere in maniera diretta
l’evoluzione”.
Il
ricercatore imparziale è chiaramente portato a concludere che i fossili
non sostengono la teoria dell’evoluzione. Anzi, l’evidenza fossile
accresce sensibilmente il peso degli argomenti a favore della creazione.
Lo zoologo Coffin scrive: “Per gli scienziati laici, i fossili, tracce
di vita passata, costituiscono l’ultima e decisiva corte d’appello,
perché la documentazione fossile è l’unica storia autentica della
vita di cui possa disporre la scienza. Se questa storia fossile non
concorda con la teoria dell’evoluzione — e abbiamo visto che non
concorda — cosa dobbiamo dedurne? Dobbiamo dedurne che le piante e gli
animali furono creati nelle loro forme fondamentali. I fatti essenziali
della documentazione fossile sostengono la creazione, non
l’evoluzione”. L’astronomo
Carl Sagan, nel suo libro Cosmo, riconosce che ‘i reperti
fossili potrebbero conciliarsi con l’idea di un Grande Progettista’.
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