CALICANTO, appunti di antropologia e etnografia dell'educazione e della dominazionenumero 0"REALISMI?" |
Se ci atteniamo a una predizione di André Malraux, la
rivoluzione che marcherà il XIX secolo sarà quella
dell'insegnamento. Il prolungamento dello statuto d'adolescente, la
generalizzazione della domanda di sapere e di perfezionamento, la
liberazione del tempo grazie all'informatizzazione, la sollecitazione
culturale e partecipativa della società postindustriale, la
prospettiva di una ripartizione del lavoro come alternativa alla
disoccupazione strutturale, ecc già da adesso domandano una
trasformazione radicale del sistema scolastico, nel senso della
estensione e della diversificazione delle discipline, come quello
dello sviluppo personale e individuale.
Il principio stesso di selezione, con tutti i disastri psicologici
che sviluppa e trascina, dovrebbe sparire grazie alla moltiplicazione
delle opzioni; una moltiplicazione tale da permettere ad ogni
individuo scolarizzato di trovare materie sufficienti per sviluppare
le proprie singolari attitudini e a realizzarsi fisicamente,
intellettualmente e artisticamente.
Siamo comunque ancora lontani da quel scenario. "Sofia non ha
superato la matura. Figuriamoci! Non fa che pensare alla danza, lei!
Ne fa sei ore al giorno, vuole diventare una stella della danza,
lei!" L'adolescente che, proprio accanto a me, raccontava questi
propositi alle sue compagne e compagni nel bus aveva torto ad
attribuire questo smacco a Sofia. Sarebbe stata ben più
accorta se avesse messo in causa un sistema scolastico fondato su
valori di redditività economica e di competizione, e che
penalizza una liceale perché ha una passione. Non sarebbe
questa la migliore delle ragioni per farle riuscire la sua
matura?
Certamente, la scuola riserva un posticino all'arte nei suoi
programmi - ma, evidentemente, c'é un mezzo radicale per
uccidere la creatività: assegnargli un terreno protetto, del
tipo "attività artistiche", modellismo, flauto dolce o lavoro
manuale, domìnii assimilabili alle riserve indiane o alle
riserve delle specie in via d'estinzione.
Sotto il pretesto (talvolta sincero) d'incoraggiare la
creatività, di animarla, d'organizzarla, ci si accinge a
gestirla e a controllarla, ciò che equivale a neutralizzarla.
Dal momento in cui i pedagoghi affrontano il tema della
creatività si congegnano i mezzi più sicuri per
circoscriverla in un ghetto. Ma, la creatività opera
preferibilmente dove meno ce la aspettiamo, forse anche nelle
matematiche o nell'informatica. La creatività detesta vedere
pronunciato il suo nome.
E ha ragione, perché l'accezione usata generalmente dai
responsabili dell'insegnamento ratifica superbamente l'appunto di
Nietzsche: "una parola già é un pregiudizio". Nello
spirito della maggioranza degli insegnanti, la creatività
é accomunata a ciò che si considera "ricreazione", in
opposizione al lavoro d'assimilazione del sapere, al suo studio. E
nel migliore dei casi si ammette la sua necessità in quanto
intermezzo ludico benefico al programma scolastico. Questa dicotomia
deriva direttamente dall'ideologia utilitarista e materialista della
borghesia industriale del XIX secolo, polarizzata sui valori
d'efficienza e di redditività. La gerarchia delle discipline
scolastiche vede alla sulla cima le matematiche, seguite via via
dalle lingue, dalla storia, dalla filosofia ed infine, last and
least , dalle discipline artistiche, con il loro rispettivo
coefficiente regressivo. Questa gerarchia si ordina sulle coppie
manichee dell'utilità e della gratuicità, della
disciplina e del gioco, della ragione e della fantasia, del
produttivo e del dispendioso e inutile, del serio e dello
strampalato, del dovere e del piacere, dell'ordine e dell'anarchia,
e, precisamente, dell'apprendimento e della creatività.
Eppure, pur adottando questo punto di vista strettamente
utilitarista, questa polarizzazione diventa disfunzionale e
controproducente. In questo modo, il sapere matematico, ostinatamente
presentato come la disciplina per eccellenza, garante
del metodo e della logica, genera per queste stesse ragioni dei
blocchi psicologici sovente redibitori. Non ci si accorge che i
rapporti matematici sono per così dire inerenti alla
creatività stessa e operanti eminentemente pure nella poesia,
nella pittura e nella musica. Se siete bloccati in mate, imparate a
suonare il sassofono, iniziatevi agli arpeggi, alle inversioni degli
intervalli, alle trasposizioni di tonalità, alle combinazioni
di contrappunti: farete matematica come il Signor Jourdain fa prosa,
assimilandoli non solamente nel vostro spirito ma anche nella vostra
affettività e nel vostro corpo. Oppure, piuttosto che scattare
delle fotografie, divertitevi a disegnare i luoghi che visitate
applicando le regole della prospettiva, questa matematizzazione dello
spazio sensibile. Ancora una volta, pure ergendosi ad avvocato del
diavolo, ed adottando ugualmente i criteri utilitaristi, bisogna
ammettere che le espressioni plastiche, musicali, ecc non sono delle
diversioni, un costoso tributo che l'uomo civilizzato deve alla
cultura, ma componenti essenziali dello sviluppo intellettuale.
La democratizzazione degli studi, indiscutibilmente desiderabile nel
suo principio, nei fatti é consistita nella sostituzione della
selezione sociale con una selezione tecnocratica ancora più
feroce, obbediente a criteri d'efficacia economica, tecnica,
informatica, amministrativa, commerciale, ecc , privilegiando
conseguentemente le discipline considerate "redditizie". Era
d'altronde logico che le procedure di selezione si calcassero sulla
competizione economica. Partire dall'idea che un solo quarto degli
allievi di ogni classe d'età acceda agli studi superiori,
servirsi delle note e degli esami come d'un imbuto strangolatore e
regolatore di questo flusso, equivale a praticare il numerus
clausus senza dirlo, ma equivale a persistere nella
sottomissione prematura dei bambini e degli adolescenti a un sistema
concorrenziale impietoso che fa di ognuno il nemico degli altri e gli
altri il nemico di ognuno. Significa spossessarli della loro
infanzia. Significa applicare sulla loro pelle le regole della
selezione e dell'eliminazione sorte dal capitalismo
proto-industriale; delle regole che gli adulti occidentali hanno
umanizzato, e per quanto concerne loro, riformato da molto tempo.
Nessun adulto, e tanto meno nessun sindacato, accetterebbe di
praticare nella vita professionale l'orario di lavoro che viene
inflitto agli allievi delle scuole svizzere.
Il risultato di questa selezione neo e ultra-darwiniana, é la
formazione di una élite superstite realmente adattata
all'apparato tecnocratico. Ma il riscatto di queste performance
individuali minoritarie, sono gli scacchi, le umiliazioni, lo stress
generalizzato, i disturbi di carattere, le depressioni, il ricorso
alla droghe illegali o farmaceutiche, i suicidi d'adolescenti, ecc
Gli psicologi sanno che i ragazzi vittime d'abuso provano un
sentimento di colpa piuttosto che di rivolta, e che raddoppiano,
interiorizzandola, la violenza che gli viene inflitta. D'altronde,
all'occorrenza, se i gruppi di pressione si moltiplicano (sindacati
di docenti, associazioni genitori-allievi, commissioni scolastiche di
ogni natura), gli interessati principali, gli scolari, non dispongono
di nessun organo di riflessione, di rappresentanza e d'intervento.
Piuttosto la politica scolastica consiste essenzialmente nel
dissuaderli dal preoccuparsi di ciò che li riguarda. In tale
contesto, ammettiamolo, sarebbe indecente parlare di
creatività.
Certamente, fronteggiando la vastità del disastro, e a titolo
riparatorio, i responsabili dell'insegnamento sono forzati a
concedere qualche ora di distensione, generalmente facoltativa, sotto
forma d'espressione pittorica, musicale o teatrale. Ma ciò non
sono che dei derivati, dispensati sovrappiù a dosi
omeopatiche, e che, per denegazione, si ha la faccia tosta di
piazzarli sotto il segno della creatività e della
immaginazione. Ed affligge ancor di più constatare che, in
totale buona fede, e con le intenzioni migliori di questo mondo,
molti insegnanti si rendono complici di questa impostura reclamandosi
alla pedagogia libertaria. Per esempio, in materia d'espressione
plastica credono di dover ricusare qualsiasi eredità
culturale, qualsiasi tecnica sperimentata, ogni savoir faire, e
praticare il pseudo-naturalismo, l'improvvisazione ricreativa e il
ricatto della spontaneità. Stigmatizzano l'osservazione e le
tecniche della rappresentazione figurativa come pratiche infide e
punitive. Lanciano grida d'orrore alla sola menzione della
prospettiva, pertanto una delle invenzioni più geniali di
tutta la storia dell'arte. Questa equazione fra spontaneità
(che in verità, non fa che produrre del déjà-vu,
del prêt-à-penser e delle stereotipie) e
creatività contribuisce a svalorizzare la creatività e
confermare la legittimità delle discipline "serie".
Questi pedagoghi sarebbero pertanto ben più ispirati se si
mettessero all'ascolto dei ragazzi stessi, i quali non concepiscono
per niente il disegno come libera espressione e tantomemo come arte,
ma come uno strumento d'appropriazione e di manipolazione simbolica
della realtà. Nei primi stadi dello sviluppo, il disegno non
si distingue ancora nettamente dai vocaboli e dalla scrittura. I
grafismi tracciati dal bambino, come d'altronde i primi fonemi,
l'aiutano a differenziare le forme e i colori, a spezzare gli
oggetti, a stabilizzarli, a nominarli, a combinarli, e infine a
costruire uno spazio oggettivo e averne la padronanza. E' questa la
ragione per cui una vera pedagogia dell'immagine dovrebbe rispondere
a questa richiesta sia pratica che simbolica, piuttosto che di
svalutarla a ricreazione in rapporto al "vero" linguaggio. A tutti i
livelli della scolarità, gli allievi dovrebbero essere
iniziati ai processi d'elaborazione delle immagini, a partire dalla
grammatica delle forme, dei colori e delle tessiture, passando dalla
prospettiva, fino al funzionamento pratico, sintattico e narrativo
d'apparecchiature quali la camera cinematografica o video, e tutto
ciò in relazione con la conoscenza della storia
dell'immagine.
Questa iniziazione alla cultura visiva é oggi tanto più
necessaria quanto l'immagine (giornalistica, grafica,
cinematografica, televisiva, ecc ) é privilegiata
dall'informazione, dalla pubblicità, dalla politica e dai
poteri di ogni natura come un possente mezzo di condizionamento o
come stupefacente collettivo. L'efficacia anestetica di questo
stupefacente scaturisce precisamente dall'analfabetismo che la scuola
intrattiene in questo campo. E non prendo d'altronde il pensiero
visivo o la pratica musicale che come casi particolari di tutte le
attitudini metodicamente rimosse dalla scuola. Tutto sembra essere
programmato per fare del futuro cittadino il giocattolo dei poteri:
politico, giudiziario, economico, medico, mass-mediatico, ecc
accudendo la sua ignoranza in tutte questi ambiti. Nel contesto
scolastico attuale gli insegnati che pretendono sviluppare la
creatività, in verità, sono gli ostaggi di un sistema
tecnocratico che desidera riscattarsi una buona coscienza.
Michel Thévoz