Caso Sgrena: l'ipotesi dell''incidente indotto'
La morte di Nicola Calipari: nè incidente, nè agguato, un'altra cosa, forse ancora peggio
- Inchiesta di Sidney Rotalinti e della redazione de l'aria di domani - 10 marzo 2005 - 18:15
A 700 metri dall'entrata dell'aeroporto di Baghdad sotto il "fuoco amico" del posto di blocco americano, l'Italia perde l'eroica e inestimabile figura di Nicola Calipari, vicedirettore e responsabile degli affari esteri del SISMI, il servizio segreto militare italiano. Davvero è un malaugurato incidente, come sostengono fermamente i media di regime, il premier Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e tutto il Governo italiano? Ma allora perché il Pentagono si adopera a diffondere, sin dal primo momento, versioni totalmente inverosimili? Incidente o agguato mirato? Come si spiegano decine di pallottole scaricate senza preavviso su tre esseri umani? Da mesi l'aria di domani segue con attenzione l'atroce vicenda dei rapimenti in Iraq. Dall'osservazione e dagli ultimi terribili eventi scaturisce una terza ipotesi: Nicola Calipari non è morto per incidente e nemmeno per un agguato mirato, ma per qualcosa che potremmo chiamare "incidente indotto".
Venerdì 4 marzo, 18:49, la televisione araba Al-Jazeera annuncia la liberazione di Giuliana Sgrena. La redazione de Il Manifesto conferma, attraverso il suo sito internet, la fine della prigionia della sua giornalista. La notizia giunge (verso le 19) persino nella sala stampa del Festival di Sanremo e dilaga in tutto il mondo attraverso i telegiornali. L'Italia si riempie di gioia. Ma non dura.
Le cattive notizie cominciano ad arrivare a partire dalle 20.01: "Giuliana Sgrena è stata ferita ad una spalla durante la liberazione. Lo si è appreso nella redazione del Manifesto". Due minuti dopo agenzie e televideo scaricano la sciabolata: "Morto il mediatore italiano, ferito altro funzionario". Comincia il walzer degli aggiornamenti, dell'angoscia, della rabbia.
Si scopre chi è la vittima: Nicola Calipari, un grande eroe. Parola di giornale pacifista. Un eroico soldato che sacrifica la sua vita per salvare Giuliana Sgrena. I comunisti del Manifesto gli danno del tu. Lo chiamano Nicola. Per sempre. Ma non si tratta solo di un soldato. Nicola è la carta vincente con la quale l'Italia affronta il dramma degli ostaggi. Un grande mediatore che muore nel momento del suo trionfo. Ha portato fuori dall'Iraq Simona Pari e Simona Torretta, è quello che ha trovato i canali giusti, che ha costruito con grande capacità la trattativa, le trattative! Ora è morto. Quel colpo triviale ha centrato proprio la sua preziosa, insostituibile testa e lo ha ucciso. Quanto ai "canali giusti" chissà quante tracce ce ne saranno sul telefono portatile di Nicola (ancora mancante, sequestrato dai servizi americani). La morte di Calipari non è solo una tragedia, è pure una vera e propria catastrofe diplomatica, politica, militare. Lo è per noi che crediamo fortemente nell'idea che una trattativa è sempre meglio di un morto ammazzato. In fondo sta tutta qui la filosofia di un pacifista. Nell'idea che fra due soluzioni possibili vada scelta sempre - se possibile! - quella meno cruenta. Una bella lezione di vita questa brutta storia di Calipari: ci insegna che non tutti gli agenti del SISMI sono dei 'fascistoni piduisti' come in alcune vecchie storie dei nostri paesi. Ne prende atto anche Rossana Rossanda sul Manifesto del 6 marzo. Nicola Calipari, dunque, non è solo un grande soldato ma un fondamentale protagonista della terribile storia irachena. Con lui muore probabilmente una scuola. Le persone come Calipari sono tanto rare quanto insostituibili. Per l'amministrazione Bush, invece, e per il comando supremo militare qualsiasi mediazione per salvare gli ostaggi è fumo negli occhi.
Gli utenti abituali del sito internet www.cnn.com rimangono allibiti la mattina dell'8 marzo. Trovano un articolo intitolato Italy disputes U.S. death account che cita fonti anonime dell'amministrazione USA rivelando un "particolare" che potrebbe 'spiegare l'inspiegabile' eccesso di irruenza dei militari: "il checkpoint era stato allestito per il passaggio dell'Ambasciatore USA John Negroponte sulla via dell'aeroporto di Baghdad". "L'Ambasciatore John Negroponte avrebbe superato il posto di blocco dell'area di Baghdad poco dopo". John Negroponte, ex eminenza della CIA, non è solo l'Ambasciatore di Baghdad: un mese fa Geroge W.Bush lo ha nominato Capo supremo dell'intelligence statunitense. Dovrà coordinare una quindicina di servizi segreti, la CIA è solo il più noto.
Anche Negroponte, dagli anni del suo lavoro in Sud e Centroamerica, ha finito per diventare un uomo-simbolo. Lui ha sempre smentito: ma molti testimoni lo indicano come responsabile di terribili massacri messi a segno dagli squadroni della morte addestrati dalla CIA in Honduras. Il 19 aprile 2004 Bush annuncia al mondo la nomina di Negroponte a Baghdad. La stessa notte (l'aria di domani 2004-10) l'Honduras annuncia il ritiro delle proprie truppe dall'Iraq.
Proprio qui, stranamente, col suo arrivo, comincia la micidiale serie dei rapimenti "politicamente inspiegabili": Enzo Baldoni, Simona Pari e Simona Torretta, Margareth Hassan, i due francesi, Florence Aubenas - tuttora prigioniera - Giuliana Sgrena... Mese dopo mese non smettiamo di rifarci una domanda: a chi giovano questi rapimenti? Ai fondamentalisti islamici, ai nostalgici di Saddam Hussein? A chi ha portato profitto la "politica degli ostaggi"? Vediamone gli effetti: con il rientro di Giuliana Sgrena - a parte la povera Florence Aubenas - non ci sono più sul terreno giornalisti o altri possibili scomodi testimoni di massacri e assedi come quelli di Najaf, Falluja, Ramadi. L'assurda guerra diventa invisibile. E proprio in questo momento John Negroponte viene promosso a capo supremo della sicurezza nazionale: sarà lui la mano di Bush contro tutti i nemici possibili, terrorismo compreso, col compito di prevenire qualsiasi immaginabile male (tranne lui stesso). Il fallimento totale della 'scuola Bush' in politica estera, la sua crudeltà, non avranno spettatori, solo cronisti embedded, cioé soldatini con telecamera. Alcune fonti riferiscono che a Falluja la Coalizione avrebbe usato gas nervini. Ci sono cani e gatti morti per le strade. Se sia vero o no non lo sapremo mai. Vi è una logica dietro a questi rapimenti? Eccola: Giuliana Sgrena non tornerà in Iraq. "Non si può fare informazione stando dentro a un albergo". Quando è stata rapita, un mese fa, stava raccogliendo le testimonianze dei profughi dell'assedio di Falluja.
Fin qui abbiamo analizzato le conseguenze politiche di quello che è successo. Ma cosa è successo veramente? Giuliana Sgrena, sul Manifesto, all'indomani della liberazione (1): "La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C'era l'autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati..." Il teatro della liberazione comincia a farsi affollato. E non siamo ancora veramente entrati nei dettagli. Sulla scena iniziale c'è un elicottero (più che verosimilmente americano visto che quelli italiani sono a Nassiriya). In una seconda fase sappiamo con certezza che è presente il simbolo vivente della politica aggressiva della prevenzione totale: John Negroponte. Tra pochi istanti succederà un disastro. Giuliana Sgrena racconta di essere stata in un certo senso preavvertita dai suoi rapitori: "non dare segnali sennò gli americani possono intervenire". "Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato un conflitto a fuoco". "(...) Perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni". Primo interrogativo: come fanno i terroristi rapitori a sentirsi così informati delle intenzioni degli americani?
Viene in mente un dettaglio allucinante della liberazione di Simona Pari e Simona Torretta. Un trionfo della professionalità di Nicola Calipari, (che rimane però saggiamente nell'ombra). Tocca al Commissario straordinario della Croce Rossa italiana Maurizio Scelli il compito di accompagnare le due Simone verso la libertà. Giunto a Roma si ritrova subito ospite di Bruno Vespa a Porta a Porta. Racconta esattamente gli stessi timori. E aggiunge una cosa sconvolgente. Domanda: perché vengono rapite persone come Enzo Baldoni e le due operatrici di Un ponte per Baghdad tutte protese ad aiutare il popolo iracheno, tutti ostili all' 'invasione americana'? "Perché - risponde Scelli - venivano considerate delle spie in quanto i loro nomi comparivano in una lista che pare provenisse dagli uffici dei servizi segreti americani...". Stando al 'supplemento' di filmato comparso martedì 9 marzo anche Giuliana Sgrena in un primo tempo viene considerata dai suoi rapitori "una spia" ("di Saddam Hussein!" dice una voce fuori campo). Uno di loro riconosce il volto di Giuliana, la sua vittima, sulla maglietta di Francesco Totti. Il calciatore viene intervistato e perde una fantastica occasione per tacere: "fa piacere sapere che anche laggiù ci sono nostri tifosi". A noi invece fa impressione sapere che questi "tifosi" della Roma prendono ordini direttamente dagli uffici dei servizi segreti americani, cioé dall'Ambasciata USA di Baghdad. Quella è la sede ufficiale della CIA. In tutte le capitali del mondo.
La versione fornita a poche ore dai fatti dall'American Forces Information Center, cioè dal Pentagono, è totalmente contrastante con le ricostruzioni del Governo e dell'autorità inquirente italiana (2). Perché tante contorsioni se si tratta di un semplice incidente dovuto all'eccessiva leggerezza delle regole di ingaggio e al nervosismo dei marines? L'intossicazione della comunicazione inizia sin dal primo momento: "la giornalista italiana Giuliana Sgrena è stata ferita oggi quando le truppe della coalizione hanno aperto il fuoco contro un veicolo che si stava avvicinando a un 'checkpoint' a alta velocità. Il comando della Forza Multinazionale lo annuncia in un rapporto scritto..." Come dirà Gianfranco Fini di fronte alla Camera, l' 8 marzo, l'auto è immobile al momento in cui viene investita dal fuoco dei mitragliatori. Viaggia a circa 40 chilometri l'ora quando avvicina la postazione americana. Si ferma quando è illuminata frontalmente da un faro. Il braccio destro di Calipari urla "Siamo italiani!". Nicola Calipari con la consueta professionalità ha provveduto a segnalare il passaggio della macchina ai servizi americani.
I media americani, per contro, accreditano e rinforzano le palesi bugie della prima ora: qualcuno (ABC News, 9 marzo) arriva fino a dire che l'auto usata dal SISMI viaggiava a cento miglia l'ora (160 chilometri/h). Cita un e-mail da "fonti militari americane". Calipari viene ucciso due, tre, quattro volte: sembra quasi che sia stato lui a causare il disastro. Accuse che crollano come tessere di domino di fronte alle dichiarazioni concordanti di Giuliana Sgrena e degli altri testimoni. Il capo affari esteri del SISMI Nicola Calipari ha fatto tutto quel che doveva fare e ha attivato i necessari contatti con gli americani, era una persona prudente, preparata ed esperta, da vivo. Ora, da morto, un eroe.
Per giunta c'è un imprevisto nell'imprevisto, un incidente nell'incidente. Nel momento in cui si compie questo disastro Nicola Calipari è in diretta telefonica con Palazzo Chigi (dove - tra l'altro - lavora sua moglie). Giuliana Sgrena è ferita e frastornata. Le sono passati attorno e accanto qualcosa come tre-quattrocento colpi di mitragliatrice e uno l'ha ferita. Un altro ha ucciso Nicola Calipari. Fa fatica a ricordare le frasi dei marines americani. Di certo questi ritardano i soccorsi, fanno spegnere i telefoni, e prima ancora sembrano prendere coscienza di aver fatto un terribile errore. Secondo il ministro degli esteri Gianfranco Fini chiedono scusa a Giuliana Sgrena e al maggiore del SISMI ferito. Più verosimilmente imprecano contro una gaffe colossale destinata a portarli di fronte a un tribunale militare (con ogni certezza americano).
Gli italiani parteciperanno ai lavori della commissione d'inchiesta a fianco degli inquirenti americani. Per il governo Berlusconi, fedele alleato di Bush, per Fini, che ultimamente appare spesso in giro per i mondo in compagnia di Condoleeza Rice, è una bella vittoria politica. Non solo, ma gli americani accettano subito di restituire all'autorita giudiziaria italiana il relitto dell'automobile trapassata dai colpi. A tentare lo scoop è il TG1 del "nuovo/vecchio" direttore Clemente Mimun che decide (con effetti fatali) di giocare la sua credibilità su una bufala colossale. Le foto, infatti ritraggono la macchina già caricata su un veicolo da trasporto americano. Ma solo dalla parte sinistra. Quella sbagliata, guarda caso! Tutti sanno che la pioggia di colpi ha colpito la fiancata opposta, dove era seduto Calipari. Dunque si vedono solo le tracce di alcuni colpi in uscita. Di solito per violenza, stavolta per servilismo, ecco realizzato il teorema finale di Giuliana Sgrena: "la guerra che uccide la comunicazione". La prima rete RAI che si suicida!
L'Iraq è solo un altro Vietnam. La guerra è la peggior scuola possibile per un soldato. Un ragazzo si abitua a sparare a tutto quello che si muove. I media ragionevoli, accondiscendenti, fanno di tutto per accreditare l'ipotesi dell'incidente, del 'malinteso internazionale' dovuto a un errore di Calipari. Solo che Calipari di errori non ne fa. Ma questo non gli impedisce di essere ucciso dal cosiddetto fuoco amico.
Poi comincia la persecuzione ai danni di Giuliana Sgrena, rea - secondo Gianfranco Fini - di avere ringraziato i propri rapitori e soprattutto di aver accreditato l'ipotesi dell'agguato. Insopportabile questo "processo pubblico". Giuliana Sgrena è una vittima, sembra un cardellino ferito, anche suo fratello Ivan sembra un cardellino ferito, lasciamo rispondere Pier Scolari, compagno di Giuliana: "quattrocento colpi, senza preavviso...dietro una curva, come lo chiamate voi in buon italiano? Io lo chiamo agguato". Oltretutto riesce impossibile non pensare agli avvertimenti dei rapitori prima del rilascio circa un eventuale conflitto a fuoco con gli americani. C'è un elicottero (americano) sopra la macchina dei rapitori. da tempo Il Manifesto dice di "temere un blitz americano" (12 febbraio). Significa probabilmente che da giorni i servizi USA sono sulle tracce della brillante operazione condotta da Nicola Calipari. I servizi USA possono intercettare qualsiasi telefonata in partenza o in arrivo sul territorio iracheno. Neanche i telefoni del SISMI sfuggono. Potrebbe essere questa l'origine del disastro. D'altra parte è la televisione (Al-Jazeera) a comunicare al mondo la notizia della liberazione prima ancora che Giuliana Sgrena possa raggiungere l'aeroporto. Molto strano.
Ci sono due logiche a confronto, impegnate in un tremendo braccio di ferro: la prima è quella di Calipari, che porta a segno una vittoriosa trattativa. La seconda - opposta - è quella degli americani, contrari di principio a qualsiasi trattativa e ansiosi di risolvere il tutto (cioè di far fallire il lavoro di Calipari) con un bombardamento o con un blitz liberatore tipo quello che avevano messo a segno con i tre bodyguard superstiti. L'operazione di liberazione di Giuliana Sgrena viene più o meno intercettata, se ne perdono le tracce, ma per finire viene addirittura annunciata dalla tv. Un elicottero rastrella la zona. Calipari trova Giuliana Sgrena. Ormai è tardi per qualsiasi blitz liberatore. La logica di Calipari ha vinto. Mancano settecento metri all'aeroporto. Lì viene collocato il "posto di blocco". Attenzione, non è un normale chckpoint (altra bugìa del Pentagono). Sono militari con un veicolo blindato. Non è la strada pericolosa e trafficata, come dicono i giornalisti embedded, è l'altra, quella più sicura.
Chi sostiene la tesi del malaugurato incidente attende di capire quale anello della cosiddetta catena di comando abbia ceduto. Un problema di mancata comunicazione e di eccesso di tensione nervosa? Non è semplicemente credibile che i marines facciano così con tutte le automobili in transito. Chi si diverte a processare la vittima, cioè Giuliana Sgrena per aver osato parlare di agguato dimentica che la procura di Roma ha aperto sin dal primo momento un'inchiesta per "omicidio volontario aggravato" e "triplice tentato omicidio". E dimentica pure la vera domanda: perché contro la macchina di Giuliana Sgrena e dei due alti ufficiali italiani si scatena tanta irreversibile e subitanea violenza?
Per commettere un assassinio o una 'strage volontaria' occorre un movente. Senza movente si torna alla tesi governativa dell'incidente. In realtà un movente c'è, eccome! La politica vincente di Nicola Calipari è profondamente invisa al nuovo Ministro della sicurezza nazionale e ambasciatore in Iraq John Negroponte. Oggi sappiamo che la CIA è presente nello scenario di questa drammatica vicenda. C'è lui in persona nei dintorni. Il posto di blocco si trova lì in relazione con la sua presenza. Un dato importantissimo perché ci fornisce un'indicazione determinante riguardo al famoso anello della catena di comando che avrebbe ceduto. Quale? Quasi certamente l'ultimo.
Oggi sappiamo con relativa certezza che gli sparatori sono normali militari. Difficile credere che un ragazzo texano di vent'anni possa trasformarsi su comando in un freddo assassino. Sappiamo però con assoluta certezza che questi militari prendono ordine dai servizi segreti (non necessariamente dalla stessa CIA). Vi è, cioè, una catena di comando che collega il convoglio di John Negroponte al dispositivo militare responsabile materiale dell'agguato (o dell'incidente) fatale a Nicola Calipari. Il perché ce lo dice la CNN: il posto di blocco era stato collocato in quel punto proprio in relazione alla presenza di Negroponte. Per la politica americana contraria a qualsiasi trattativa (spesso persino contraria a qualsiasi aiuto umanitario) la liberazione di Giuliana Sgrena è un terribile smacco. Ecco il possibile movente. Fermare una volta per tutte la via Calipari, le trattative italiane per gli ostaggi. Uccidere tutti? Non necesssariamente: più modestamente far fallire la loro politica, la sua poilitica, quella di Calipari, così diametralmente opposta a quella di Negroponte. Ma giochi simili non possono finire bene.
Di certo vi è anche qualcosa di incidentale: mentre il disastro si compie le vittime sono al telefono col Governo italiano. I marines si avvicinano alla macchina crivellata di colpi con l'aria di chi realizza un errore madornale. Hanno trattato l'auto noleggiata dal SISMI come se dentro ci fosse il capo di Al-Qaeda per l'Iraq Abu Musab Al-Zarqawi con quattrocento chili di esplosivo. Il grande dato inspiegabile è proprio questo eccesso di zelo, di violenza. Esso trova una spiegazione relativamente coerente solo se si considera l'ipotesi che i servizi segreti (o qualcuno all'interno di essi) abbiano potuto inserire un'informazione falsa proprio sull'ultimo anello della catena di comando, proprio sul "ponte radio" che collega i servizi americani alla postazione che colpisce e uccide Nicola Calipari. Questo spiegherebbe perfettamente l'inspiegabile - e non credibile - 'accanimento assassino' dei marines e persino il loro sgomento all'atto di constatare che il morto non é un terrorista imbottito di esplosivo, bensì un grande agente segreto militare, un grande mediatore, un grande maestro nella difficilissima arte di salvare i più deboli per cominciare a costruire la pace: Nicola Calipari. Per ora questa è la sola spiegazione compatibile con quel che sappiamo dei fatti. Se è questa la verità allora possiamo già predire una conseguenza: nessuno verrà mai veramente punito per questo stupido e crudele disastro. Sapremo solo che questo è un "incidente indotto", ma non sapremo mai da chi.
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NOTE |
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| 1) | Il Manifesto, 6 marzo 2005, La mia verità, di Giuliana Sgrena. torna al testo | |
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2) |
"...Earlier Tuesday, a senior U.S. official said the checkpoint where Calipari was killed had been set up for the passage of the U.S. ambassador to Iraq on the road to the Baghdad airport. Ambassador John Negroponte had been expected to pass the Baghdad-area checkpoint a short time later, the official said. Sgrena, a journalist, had just been freed by kidnappers after a month in captivity and was being escorted by Italian security agents to safety. Calipari, 50, threw his body across Sgrena when U.S. troops opened fire." |
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