|
Cosa si deve fare se......
?
Cosa fare se al
depresso sembra mancare "la forza di volontà"?
Capita molto spesso
che un paziente depresso venga esortato e sollecitato dai familiari a
"farsi forza", a "reagire", a "metterci un po'
di buona volontà" o a "non lasciarsi andare".
Dietro queste esortazioni e sollecitazioni, anche quando vengono fatte
con affetto e con l'intento di aiutare il malato, vi è l'idea che almeno
in parte l'inerzia, la passività e la rinuncia al mondo proprie del depresso
siano da lui in qualche misura potenzialmente superabili con uno sforzo
attivo e consapevole.
Questa idea è conseguenza di un errore di valutazione (sottovalutazione)
della condizione depressiva.
Chi non è depresso è portato istintivamente a considerare una malattia
depressiva come una forma accentuata di quei momenti di demoralizzazione,
di melanconia e di tristezza che ogni persona prova più o meno spesso
nel corso della sua vita. Dato che queste condizioni "normali"
vengono sempre o quasi sempre superate o gestite attivamente e con successo,
l'errore che usualmente fa una persona "sana" è di pensare che
possano essere gestite e superate, seppure con maggior fatica, anche dal
malato depresso.
Cosa accada in realtà nella mente del malato depresso può essere capito
pienamente solo dal malato stesso, da chi ha sofferto in passato di un
episodio depressivo e da chi, per professione, cura i malati depressi.
Infatti il problema principale ("il cuore della depressione) è, accanto
alla tristezza, la completa, totale e non modificabile perdita della volontà.
Si tratta, ridotta alla sua più semplice e drammatica essenza, di una
perdita della volontà (o del desiderio o della spinta) a vivere.
La mancanza di attività, di interessi e di curiosità, il ritiro dai rapporti
sociali, la trascuratezza del proprio corpo e della propria immagine che
caratterizzano il paziente depresso sono tutte manifestazioni di questa
fondamentale riduzione e perdita della volontà di continuare una vita
senza più speranza. Naturalmente l'attenuarsi della volontà di vivere
può essere presente in varia misura e con una varia intensità ma va sempre
considerata come la caratteristica fondamentale del depresso.
Una persona "sana" che viene in contatto con un depresso con
cui ha un legame affettivo sente sempre il bisogno di fare qualcosa per
lui.
L'angoscia depressiva di una persona amata induce sofferenza anche nel
familiare "sano" e l'appello alla "forza di volontà"
è l'espressione di un tentativo di dare un qualche contributo per ridurre
la sofferenza del malato.
Naturalmente, l'appello alla "forza di volontà" è inutile quando,
come nel caso del malato depresso, il problema di fondo è la riduzione
o la perdita della "volontà di vivere".
Ovviamente se non ci fosse questo problema, il paziente non sarebbe depresso.
Va anche ricordato che spesso questo appello alla "forza di volontà"
può essere controproducente, in quanto il malato può non sentirsi compreso
proprio dalle persone più legate affettivamente a lui.
Il reale aiuto che può essere quindi dato al paziente depresso, che -
proprio in quanto malato di depressione - ha "perso la volontà",
si situa solo al livello di comprensione della sua sofferenza e di presenza
affettiva al suo fianco, nell'attesa della sua guarigione.

  
|