| L'IMPORTANZA DELLA TERAPIA
INTEGRATA.
Il parere di chi scrive non è quello di uno specialista,
quanto piuttosto il frutto dell'esperienza di chi, da diversi anni, vive
l'anoressia come il rifugio dalla vita esterna, come lo specchio della
propria identità, nonché come il solo ed unico possibile
modo di esistere.
E' il parere di chi il cammino terapeutico non l'ha nemmeno ultimato,
ma oggi ha la possibilità di mettere a confronto una prima (vecchia)
esperienza di "terapia classica", con l'attuale cammino di "terapia
integrata", traendo le conclusioni forse più immediate ed
ingenue, ma al contempo più "concrete" di tale paragone.
Cosa significa "fare terapia" ? Com'è possibile guarire
da un disturbo alimentare attraverso essa ?
Credo che questo sia un nodo molto spesso insoluto, oltre che un aspetto
indiscutibilmente scoraggiante per chiunque cerchi aiuto, e non sappia
nemmeno in che termini una terapia possa agire sulla guarigione. E d'altra
parte, arrivare su un sito come "Oasiblu" può significare
in molti casi trovare risposte e spiegazioni su parecchi punti, ma non
riuscire ugualmente a "vedere" la possibilità di un cammino
verso la guarigione. Lungi da me scrivere un "breviario" terapeutico,
o ancora peggio azzardare una risposta univoca e generalizzata ad interrogativi
come questo, quanto piuttosto porre l'accento su qualcosa che spesso si
ripete, ma che può anche risultare scarsamente visibile o concreto,
ovvero che "Si può guarire".
Non si guarisce sicuramente "a parole"; non si guarisce con
i consigli, né con il conforto, per quanto tutti questi siano elementi
certamente imprescindibili per poter acquisire una consapevolezza più
matura e completa del disturbo e delle dinamiche che lo sottendono.
Guarire significa in primo luogo aprire gli occhi sul disturbo, confrontarsi
con esso, conoscerlo , imparare ad ascoltarne la voce, a comprenderne
i messaggi; significa guardare in faccia il mostro, prevederne azioni
e reazioni, e - solo in un secondo momento - imparare anche ad "alzare
la voce" su di esso; imparare ad opporsi, con energia e combattività,
imparare a sfidarlo anche a suon di razionalità se necessario,
violentarlo con tutta la forza possibile, ridimensionarlo entro un remoto
angolo dal quale la sua voce si faccia sempre più fioca ed indistinguibile.
Ridurlo quasi ad una specie di "rumore di fondo", sulla quale
possa piuttosto prevalere la volontà ferma di guarirne.
E se soffrire di un disturbo alimentare significa prima
di ogni altra cosa non riuscire a comunicare con l'"Altro" (dove
per "Altro" intendo tutto il mondo esterno, intendo gli affetti,
intendo la società, intendo anche l'"altra parte di sé"),
quando ormai il disturbo si è innestato, ed ha preso piede sulla
propria esistenza, soffrine significa prima di ogni altra cosa ritrovare
il senso (un senso malato, ma pur sempre un senso) della propria esistenza
attraverso tutta una serie di rituali e di comportamenti "concreti"
che orientano il rapporto con il cibo. Un cibo che non è altro
che "un simbolo" su cui vengono proiettate emozioni, ferite,
delusioni, inadeguatezze
Ma pur sempre qualcosa di CONCRETO sul
quale si finisce con l'agire con condotte altrettanto CONCRETE. Ecco che
la differenza tra una terapia "tradizionale", condotta solo
a furia di colloqui, ed una terapia integrata, consiste proprio nel recuperare
tale dato concreto, agendo su di esso parallelamente al sostegno psicologico.
Scriveva nel 1997 Fabiola De Clercq (fondatrice dell'ABA) : "Questo
presupposto orienta la cura : non si tratta di estirpare farmacologicamente
il sintomo, né di rieducare il soggetto ad una corretta alimentazione,
bensì di dare la parola al soggetto che soffre. Di far parlare
ciò che nel sintomo parla senza parole".
Si tratta , in sostanza, di fare entrambe le cose, intrecciando uno con
l'altro il cammino di sostegno psicologico, con la "rieducazione"
alimentare.
Nell'ambito della terapia integrata si adopera proprio il termine "rieducazione",
a voler rimarcare la necessità di ricominciare tutto d'accapo,
in modo abbastanza analogo allo svezzamento dei neonati, muovendo un piccolo
passo per volta, procedendo per graduali "conquiste" e graduali
"compromessi". A salvaguardia della completezza di un simile
lavoro, e soprattutto proprio per l'importanza che riveste il trattare
questi due aspetti separatamente, ma parallelamente al contempo, in una
terapia integrata si avvicendano almeno due figure professionali : lo
psicoterapeuta e lo specialista dietologo-internista (o nutrizionista).
Si tratta per un certo verso di "scomporre" il disturbo nella
sua parte "mentale" e nella sua parte "fisica", per
trattarle separatamente (ma non indipendentemente).
Se lo psicologo può senz'altro riuscire a portare in luce i "perché"
di certe condotte, dando voce alle metafore che - attraverso il linguaggio
del corpo - esse vogliono esprimere, il nutrizionista ha un ruolo non
meno rilevante, oltre che come minimo duplice : da un lato "sorvegliare"
sullo stato di salute della paziente (valutando tra le altre cose l'iniziale
stato di salute ed eventuali conseguenze legate alle pratiche eliminatorie
e compensatorie in generale), ed intervenire prontamente nel caso in cui
questa vada incontro a progressivi declini o a peggioramenti che ne mettano
a rischio la sopravvivenza, oltre che il proseguimento del cammino terapeutico
(intervenendo anche con un TSO - Trattamento Sanitario Obbligatorio -
ove indispensabile), ma dall'altro lato (e soprattutto) quello di proporre
la riacquisizione di abitudini "sane", che di volta in volta
vengono contrattate e discusse insieme, in modo da renderle quanto più
possibile accettabili per la paziente.
L'ingresso del nutrizionista
nel cammino terapeutico.
Il primo contatto con il nutrizionista, durante una terapia
integrata, viene fissato in genere durante la fase iniziale della stessa,
ma in un momento in cui si sia già stabilito un rapporto di intesa
e di fiducia con lo psicologo; ciò soprattutto perché, anche
quando si sia deciso di affrontare una terapia, rimangono comunque deste
le resistenze alla guarigione da parte di chi è coinvolto in questo
disturbo; resistenze che si concretizzano soprattutto nel rifiuto ad intervenire
sulle proprie abitudini alimentari "concrete".
Che una ragazza anoressica (o bulimica) decida di andare in terapia, è
senz'altro un enorme passo avanti, ma nella maggior parte dei casi significa
per lei essere disposta ad affrontare il problema "a parole",
continuando tuttavia a rimandare il momento della correzione più
strettamente alimentare. Per tale ragione il momento dell'incontro con
il nutrizionista viene vissuto con estrema ambivalenza da parte di una
paziente che non desidera affatto modificare di fatto il proprio corpo
né le proprie rassicuranti abitudini, ed è pertanto cruciale
che, sia prima che dopo tale momento, la paziente possa fare affidamento
sul sostegno del terapeuta, al quale è dunque fondamentale che
si sia riuscita ad affidare completamente.
Anche in virtù di questo, l'integrazione della terapia è
qualcosa che non ha a che fare solo con il percorso della paziente, ma
al contrario investe anche l'attività delle due figure professionali,
che sono tenute ad interfacciarsi continuamente, scambiandosi pareri e
le informazioni che ciascuno dei due colleziona sulla paziente, in modo
che ognuno possa calibrare il proprio intervento anche in funzione dei
progressi (o dei regressi) che vengono rilevati dall'altro.
Il primo incontro con il nutrizionista, dicevamo, prevede in genere la
raccolta dell'anamnesi della paziente. In questo modo si avvia un primo
abbozzo di relazione tra la paziente ed il "temuto" nutrizionista,
ammorbidendone in un certo senso la portata emotiva. L'intero percorso
di lavoro ha inizio con la stesura di un "Diario alimentare"
da parte della paziente, alla quale viene chiesto di compilare un vero
e proprio diario, nel quale annotare tutti i comportamenti alimentari
tenuti per un certo arco di tempo, tenendo conto non soltanto dei dati
più "concreti" (ad esempio tipo di alimentazione, presenza
di condotte eliminatorie etc..) , ma anche di altri parametri connessi
al dato "situazionale" ed emotivo nel quale tali comportamenti
hanno luogo. In tal modo sarà possibile al nutrizionista, in collaborazione
con lo psicologo, avviare un'analisi delle dinamiche che sottendono tali
comportamenti, individuando le situazioni che maggiormente elicitano certi
comportamenti da parte della paziente, e contemporaneamente sarà
possibile alla paziente stessa, durante la stesura di tale diario, iniziare
una riflessione autonoma sui medesimi temi.
Dal "dire" al
"fare"
Compilato per un arco di tempo sufficiente a poterne trarre
opportune conclusioni (di solito una settimana, o due, a seconda della
gravità del caso), il "Diario Alimentare" viene riconsegnato
al nutrizionista, in occasione del secondo incontro, durante il quale
esso viene letto e discusso insieme alla paziente.
Da qui in poi avrà inizio il percorso "attivo", nel quale
il nutrizionista avrà un quadro più chiaro circa le abitudini
alimentari della paziente, e potrà quindi individuare con maggior
chiarezza i "correttivi" da applicarvi. Il cuore del percorso,
tuttavia, rimane nel diretto coinvolgimento della paziente stessa, alla
quale non vengono "somministrati" ordini o regole da seguire,
bensì una serie di proposte su cui "contrattare" insieme,
per giungere a dei ragionevoli compromessi che siano abbastanza accettabili
tanto per il medico, quanto per la paziente.
Ciò ha un duplice ruolo , perché se da un lato dovrebbe
garantire una maggior disponibilità da parte della paziente nel
mettere in atto le nuove "abitudini" negoziate con il nutrizionista,
dall'altro lato introduce all'interno della sua vita un tema cruciale,
che è in genere centrale anche nel corso del cammino terapeutico
: quello del COMPROMESSO.
Anoressia (così come bulimia) significa infatti prevalentemente
ragionare in termini di "bianco o nero", di "tutto o niente";
significa essere incapaci di trovare le giuste vie di mezzo tra gli estremi
più categorici. In questa occasione, presumibilmente per la prima
volta in vita sua, la paziente si troverà a sperimentare l'esistenza
delle "vie di mezzo", e - cosa forse più importante -
sarà chiamata in causa con un ruolo assolutamente attivo nella
definizione di tali "contratti". Se questo ha una spendibilità
ovviamente "immediata" sul piano più strettamente alimentare,
è possibile cogliere da ciò proprio quell'aspetto di "integrazione"
cui mira la terapia. Imparare a scendere a compromessi (e a proporli soprattutto)
è infatti uno degli scopi primi del cammino terapeutico, e l'acquisizione
di tale competenza da parte della paziente potrà essere opportunamente
"recuperata" e valorizzata in sede di colloquio con lo psicologo,
in modo da tentare di estenderla anche ad altri ambiti esistenziali della
paziente con disturbo alimentare.
Compromesso dopo compromesso
Attraverso graduali conquiste, attraverso piccoli passi
successivi, che di volta in volta vengono integrati da parte del terapeuta
entro il quadro psicologico della paziente, ha inizio la lenta uscita
dal tunnel dell'anoressia, ha inizio una presa di coscienza e l'acquisizione
di una capacità analitica e critica da parte della paziente circa
le dinamiche che, nel 99% dei casi, scattano inconsapevolmente in lei,
inducendola a mettere in atto i comportamenti disfunzionali che caratterizzano
il disturbo alimentare.
La paziente imparerà infatti non solo a "rieducare" le
proprie abitudini (smantellando i rituali e correggendo le abitudini insane
che ne mettono a repentaglio la sopravvivenza), ma imparerà al
contempo ad ascoltare la voce del sintomo, e ancor più a valorizzare
i propri progressi, compiacendosi dei propri piccoli grandi successi,
e riconoscendo a sé stessa almeno alcuni dei propri "meriti".
Ciò ricalca anche un altro aspetto fondamentale del disturbo, ovvero
la spietata e rigidissima autocritica che lo caratterizza. Imparando a
riconoscere a sé stessa i propri meriti ed i propri successi, la
paziente imparerà anche a "volersi bene", a guardarsi
con un occhio via via sempre più benevolo ed umano, oltre che meno
"aguzzino".
D'altra parte la possibilità di "contrattare" e di negoziare
le caratteristiche della "nuova" alimentazione, introduce nella
vita della paziente un ulteriore importantissimo elemento , ovvero il
poter "parlare" del cibo, il poter "nominare" gli
alimenti, "maneggiarli" restituendo loro una dimensione più
concreta e neutrale, ridimensionando il ruolo quasi catartico che ogni
paziente anoressica (o bulimica) ha finito nel tempo con l'attribuirvi.
Il cibo viene in sostanza "smitizzato", privato di tutto il
simbolico tipicamente anoressico, ricollocato entro la sua corretta dimensione
e connotazione emotiva, riconosciuto nella sua semplice funzione di "alimento"
e non più di strumento di punizione e/o gratificazione.
Da un estremo all'altro
: la difficile altalena attorno alla via di mezzo
Una delle maggiori difficoltà incontrate durante
il cammino terapeutico, è quella di riuscire a superare le condotte
restrittive, attraverso una controllata e graduale immissione (oltre che
ammissione) di alimenti, senza mai "far fretta" alla paziente.
Un eccessivo incalzare dei ritmi di "aggiunta" sulla sua alimentazione
quotidiana rischierebbe infatti di produrre un eccesso di ansia e di confusione,
oltre che una sensazione di costante inadeguatezza, che potrebbero spingerla
a riproporre la dinamica della patologia, cercando proprio nel cibo una
conferma o una consolazione, tornando così ad ammantarlo di quel
valore simbolico che si sta proprio cercando di smantellare.
Per tale ragione infatti non si tende mai a "prescriverle" una
dieta rigida cui attenersi con precisione, perché ciò significherebbe
implicitamente porle degli obiettivi possibilmente troppo elevati e -
come tali - potenziali fonti di ulteriori frustrazioni.
Non è infatti infrequente ( e ne va assolutamente e preventivamente
tenuto conto ) che in questo difficile meccanismo di rieducazione, la
paziente anoressica incontri dei momenti di disorientamento, legati all'abbandono
del controllo, che possono arrivare a sfociare persino nell'estremo opposto,
ovvero nella comparsa di inattese, quanto terrificanti, crisi bulimiche.
La necessità di abbandonare il controllo può infatti finire
con il trasformarsi in una completa perdita (reale o percepita) dello
stesso, causata dalla paura dell'ignoto che si nasconde dietro una vita
"non più controllata"; per tale ragione la paziente può
finire con lo sperimentare una sensazione di totale disorientamento, andando
letteralmente a "sbattere" contro la parete opposta dell'angusto
cunicolo entro cui sta tentando di imparare a muoversi.
Anche in questo caso, eventi del genere non possono essere fronteggiati
e gestiti soltanto dallo psicologo o soltanto dal nutrizionista; è
piuttosto fondamentale che ciascuno dei due porti il proprio contributo
sulla componente di propria competenza, tentando di ristabilire l'ordine,
di fare luce sulle ragioni che hanno causato la comparsa di tali eventi,
e proponendo delle soluzioni che prevedano, al limite, anche il "rallentamento"
dei ritmi, consentendo così alla paziente di recuperare la fiducia
in sé stessa e verso i medici.
Dietro eventi del genere può infatti nascondersi un pericoloso
agguato al cammino terapeutico, in quanto la paziente potrebbe finire
con l'attribuire ad una "incompetenza" dei medici la causa di
un simile "fallimento", che produce in lei un elevatissimo ed
intollerabile livello di vergogna, oltre che il bisogno immediato di recuperare
il controllo, per prevenire il ripetersi di eventi del genere, e per tale
ragione decidere di sospendere o addirittura interrompere definitivamente
la terapia (con tutte le drammatiche conseguenze del caso).
La competenza dei medici, a fronte di eventualità di questo genere,
sta proprio nel riuscire a "guardare l'evento con gli occhi della
paziente" e guidarla verso calibrati passi di rallentamento, che
le consentano di riacquistare la fiducia necessaria per ricominciare,
senza tuttavia compromettere o cancellare il lavoro compiuto fino a quel
momento.
Se opportunamente valorizzati, anche eventi come questi possono divenire
una risorsa ai fini della terapia, perché si prestano molto bene
ad affrontare l'annosa e difficile questione delle "vie di mezzo",
che non è altro, come detto, che il vero e proprio cuore del disturbo.
In dirittura d'arrivo
: "vola con le tue ali adesso !"
La presenza ed il sostegno del nutrizionista tornerà
ad essere cruciale, e per certi versi forse financo prioritaria, durante
la fase terminale del cammino terapeutico, quando la paziente avrà
riacquistato una forma fisica non più "a rischio", e
si troverà faccia a faccia con una nuova identità, che non
è solo identità "fisica", bensì esistenziale
ad amplissimo raggio.
"Essere anoressica" finisce infatti per essere una sorta di
"rassicurante etichetta", che conferisce un'identità
in cui riconoscersi e con cui far coincidere tutta la propria esistenza.
Un corpo filiforme, inconsistente, e scheletrico diviene paradossalmente
la più solida delle armature, fonte di forza per eccellenza, nella
quale riconoscersi e riconoscere i visibili esiti del proprio "controllo".
Mutarne la fisionomia impone anche una revisione dei sistemi di riferimento,
ed una ridefinizione totale dei propri criteri del concetto stesso di
"esistenza".
Se, da un lato, in questa fase del cammino, grazie al percorso compiuto
con lo psicologo, la paziente dovrebbe essere quantomeno "a buon
punto" nell'acquisizione di una nuova e differente consapevolezza
circa i propri valori e dovrebbe disporre di nuove "coordinate"
attraverso cui definire sé stessa, è innegabile che trovarsi
"faccia a faccia" con la concreta testimonianza dell'uscita
dal disturbo, provochi in lei un delicatissimo momento di vacillamento.
Riuscire a fronteggiare tale "scossone" significherà
in un certo senso "collaudare" la resistenza della nuova impalcatura
sulla quale ella ha difficoltosamente costruito la propria nuova immagine
di sé.
Torna in gioco a questo punto il ruolo dello psicologo, al quale competerà
un'opportuna valorizzazione di quest'ultimo passo compiuto dalla paziente,
ed in seguito il suo definitivo reinserimento nel mondo esterno.
v.s.
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