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Cammino lungo una strada poco illuminata. Sento alle mie spalle una macchina che si avvicina rapida e minacciosa. Il mio istinto si allarma, si mette in agitazione. Senza che io possa opporre resistenza il battito del cuore accelera i muscoli si tendono e la bocca si asciuga. I peli si rizzano per cercare di spaventare quel mostro impavido. Con la coda dell'occhio cerco una via di fuga. L'automobile è sempre più vicina. Mi supera e mi grazia. La sua vittima è una faina, che scappa, ma viene pressa qualche chilometro più avanti. Il corpo rimane sull'asfalto. Per quanto tempo le macchine si accontenteranno degli animali e mi lasceranno in pace? Quando arriverà il momento in cui la mia vita non varrà nemmeno la fatica di una frenata? Quel giorno, per me e per tutti gli altri pedoni, non ci sarà più nulla da fare. Nemmeno la faina, abituata da generazioni a fuggire ai predatori riesce a farla franca, come posso illudermi io? Le mie gambe non riescono a fuggire abbastanza in fretta. Il mio cuore non regge una fuga che dura fino alla fine del carburante. I miei occhi vengono resi orbi dagli abbaglianti fari abbaglianti. Il mio cervello viene annebbiato dai vapori della benzina. Una gravidanza di nove mesi è troppo lunga rispetto ai tempi di (ri)produzione di un drago metallico. |
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