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Testi
"S" ognio
[quello che ho scritto]
La luna nuova osserva, silente e discreta.
Ciondolo solitario nella penombra notturna.
Entro, mi addentro entro una macchia boschiva.
Gli alberi, immobili testimoni di albe e tramonti, sono amici.
Le loro frasche ingiallite, mai putride, accarezzano.
Salutano.
Aprono le chiome per accogliere in comunione totale e sincera: offrono.
Bisbigliano, sussurrano cantilene mai ascoltate e segreti irrivelati, cantano.
Magnifico.
Capito presto, presso un cespuglio di nocciuolo, isolato e accogliente.
Sento il desiderio di entrarvi, desidero entrarvi, quindi mi appago.
Odo il vociare flebile e mesto delle foglie autunnali, confuso dalla lontananza; mi chiamano.
Voglio comprenderle ma, confuso dalla lontananza, mi sporgo verso il centro del nocciolo, perdo l'equilibrio.
Ci casco dentro.
Volo dentro al nocciuolo, una trachea infinita, un budello immenso e plumbeo.
Un fiato caldo, alito stillante, mi spinge sempre pių in basso, raffiche umide e vorticose mi portano gių, sempre pių su.
Giungo, la caduta s'č arrestata, esco lesto dal cespuglio.
Solo le stelle rischiarano questa, non ancora gelida, nottata ventosa.
Le lutee, danzano, si dispongono a spirale e ruotano, ma solo per chi desidera guardarle.
Tocco i padiglioni auricolari mi spavento, sgorga acqua, due fiumiciattoli escono dalla mia testa sbrodolando.
Si riversano per terra.
Come vassallo disadorno trovo la cura: albero mi porgi un ramo?
Mi ci allungo le braccia e i dischi.
Nel mentre s'alza il vento, nel ventre salsa, e io sono all'albero.
Vento vorticoso e il ramo mi ospita.
La terra non tocca pių i miei piedi, i miei piedi toccano il vento (č venuto, ora si placa).
Danzo percuoto potente, danzo per quanto potendo, danzo dinanzi.
Colgo e danzo, accolgo.
Catarsi.



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